Necal
BANDE TZINGARE

Necal

Disco acclamato da pubblico e critica friulana come migliore prodotto artistico del 2001. La banda creata da Guido Carrara (ex FLK) dopo alcuni anni di viaggi in Sudamerica. Le storie di Necal sono un bellissimo racconto di viaggio che la musica rende suggestiva ed a tratti veramente intenso, incrociando ritmi e melodie che ondeggiano costantemente tra il Friuli e l'America latina, tra friulano e spagnolo. C'è poesia vera in questo disco, e la sua forza sta nella musica, nelle parole, nel racconto. (Il Nuovo Friuli)
Fa a Samoa - The Samoan Way ... between conch shell and disco ...
AAVV

Fa a Samoa - The Samoan Way ... between conch shell and disco ...

Tonga - Sounds of Change
AAVV

Tonga - Sounds of Change

La Volta del Suono
ALIOTO, AVANZINI, CAPURRO, LUGO

La Volta del Suono

Parlare del rapporto tra musica e spazio può sembrare alquanto ridondante (esiste una musica che non sia anche "spaziale"?), essendo quest'ultimo, al pari del tempo e del movimento, una condizione essenziale della prima. Non è inutile però distinguere le composizioni o gli atti musicali che già a livello progettuale includono lo spazio da quelli che lo includono soltanto per necessità, per "fatalità" dovuta all'inevitabilità dell'esecuzione. L'uomo musicale ha sempre giocato con lo spazio: la "scoperta" dell'eco può essere considerata in questo senso una pietra angolare del rapporto tra musica e spazio. Così come, opponendo un solista a un coro, il canto responsoriale è stato una tappa fondamentale nel superamento della risonanza naturale dei luoghi per giungere a un "rispecchiamento" della musica in se stessa. La volta del suono è un'importante esperienza musicale che riesce con efficacia a coniugare sia la riscoperta di luoghi adatti a produrre esperimenti di risonanza sia la capacità della musica stessa di creare, attraverso giochi di opposizione tra diversi strumenti, una dimensione spaziale. Azione sonora voluta dal maestro e sassofonista genovese CLAUDIO CAPURRO, il progetto de La volta del suono è stato realizzato in presa diretta nelle storiche sale del Sottoporticato del Palazzo Ducale di Genova, un enorme vuoto d'aria che ben presto si è rivelato essere non soltanto un contenitore da riempire di suoni ma soprattutto uno spazio vivo con cui dialogare. CLAUDIO CAPURRO e i suoi compagni d'avventura, i sassofonisti MAURO AVANZINI e CLAUDIO LUGO e la vocalist CRISTINA ALIOTO, hanno così dato vita a una performance di grande bellezza, iniziando dapprima a "perlustrare" lo spazio circostante con sonorità lente e riflessive per poi passare a un serrato dialogo sia tra di loro sia con le colonne e le volte del secolare Sottoporticato. Come in un gigantesco salone degli specchi, le sonorità prodotte dal trio di sassofoni e dalla pura voce di Cristina Alioto vengono così moltiplicate e lanciate in mille direzioni, per giungere infine a placarsi dopo una sequenza creativa di improvvisazioni, ostinati ritmici, acuti, effetti rumoristici e percussivi scanditi dalle ance e dalle chiavi degli strumenti. Ben bilanciato tra consimili esperienze in ambito jazzistico e contemporaneo che la storia musicale nei decenni passati ci ha abbondantemente raccontato e il tentativo di superare tali esperienze per perseguire una via originale, La volta del suono riesce a riformulare con intelligenza il rapporto spazio/musica senza rinunciare alla godibilità dell'ascolto.
Mares de Tempo
SEIVANE Susana

Mares de Tempo

A Cheap Present
BIRKIN TREE

A Cheap Present

Continental Reel
BIRKIN TREE

Continental Reel

'Cmè musa e peinfar
MUSETTA I

'Cmè musa e peinfar

M' han presa
PIVA DAL CARNER La

M' han presa

Omi e paiz
TRE MARTELLI

Omi e paiz

Omi e Paiz, sesto album dei TRE MARTELLI, continua la scelta musicale che il gruppo ha intrapreso molti anni fa: fedeltà ad una strumentazione rigorosamente acustica coniugata al una costante ricerca della ricchezza timbrica e stilistica che pur mantenendo fortemente ancorata alla tradizione permette al gruppo di esplorare sempre nuova soluzioni nella concezione degli arrangiamenti e delle atmosfere create.
Il repertorio attinge al grande patrimonio popolare piemontese.: danze come il branco, la monferrina, la curenta, la burea e canti evocativi di storie ed amori, guerre, uomini e paesi si alternano a nuove composizioni nate anche dall'humus culturale popolare. La sostituzione di due elementi rispetto all'ultima produzione Bruze e Carvé (TM 005) del 1991, ha fornito ai TRE MARTELLI un ulteriore accrescimento delle conoscenze etnomusicologiche e delle potenzialità musicali. Un ricco libretto bilingue (italiano ed inglese) completa questa raccolta che segna la maturità artistica del gruppo piemontese ormai da anni affermatosi sulla scena internazionale.

Nati nel 1977 i TRE MARTELLI hanno sviluppato un lavoro di studio, scoperta e diffusione delle tradizione musicale popolare piemontese. La qualità l'accuratezza del loro lavoro sul campo l'attenzione data alle variazioni stilistiche locali unite alla maturità creativa ed all'energia degli spettacoli dal vivo del gruppo hanno guadagnato ai TRE MARTELLI un unanime risposta entusiastica da parte del pubblico e della critica specializzata. Questo gli ha permesso di fare un notevole quantità di concerti negli anni con tour in Gran Bretagna, Spagna, Germania, Francia, Svizzera. Le precedenti uscite discografiche del gruppo sono state ottimamente accolte dalla critica specializzata. Fra gli altri hanno scritto:

<> Marchelli e Bernadette Da Dalt sono un assoluto piacere>> (Folk Roots)

<> (Taplas)

Trallalero
VALPOLCEVERA Squadra

Trallalero

I cantori si dispongono in cerchio.

Qualche segno di intesa... un cenno...via!

tenore, contralto, baritono, «chitarra», bassi: con la massima concentrazione tutte le voci sono tese ad eseguire la propria parte, ma contemporaneamente a formare un amalgama armonioso.

É la magia vocale del trallalero.

Trallalero è una forma di polivocalità ritmica ad imitazione strumentale tipica dell'area urbana di Genova, uno dei pochissimi superstiti di uno stile corale assai antico che resta, a detta di tutti gli esperti, uno degli esempi più alti ed interessanti della vocalità popolare nel bacino Mediterraneo.

La SQUADRA DI CANTO POPOLARE VALPOLCEVERA, erede della Nuova Pontedecimo fondata nel 1958, si è caratterizzata in questi anni per aver ripreso il repertorio più antico in modo esemplare e per aver agito da stimolo e punto di riferimento per le nuove leve.

La qualità dei singoli cantori unite alla loro lunghissima esperienza, un modo di cantare che colpisce al primo ascolto, una oculata scelta del repertorio, un amalgama di rara armonia: questi i loro punti di forza, del resto ampiamente riconosciuti sia dalla stima di critici e studiosi, sia dal successo di pubblico in Italia e con questi disco, nel succedersi dei brani, La SQUADRA DI CANTO POPOLARE DI VALPOLCEVERA ha modo di esibire le proprie qualità vocali e di confermarsi come uno dei migliori esempi del cantar «trallalero», questa straordinaria avventura della voce umana che, grazie anche a questi canterini, ancora oggi mantiene intatto il suo fascino e la sua magia.

 

Duma in tei balu
FARAVELLI Stefano / Tambussi Gaimpaolo

Duma in tei balu

Veena
GAAYATHRI

Veena

L'immaginario collettivo occidentale è stato durevolmente impressionato dalla cultura dell'India sin dal XVI secolo, e da allora non ha cessato un solo istante di affascinarci per la sua diversità, i suoi contrasti e la sua ricchezza infinita. Allo stesso modo la tradizione musicale indiana, fortemente impregnata di un ancestrale pensiero religioso, ha saputo preservarsi intatta sino a oggi, arricchendosi strada facendo di apporti esogeni che hanno contribuito a formare un repertorio immenso, variegato e di enorme valore, divenuto nel corso del XX secolo, in Occidente, l'ambasciatore delle "musiche del mondo". Tra gli strumenti a corde tipicamente indiani (e in particolare del sud dell'India), la veena ha sempre occupato un posto di rilievo, benché negli ultimi tempi la mancanza di esecutori in grado di imporre il loro talento anche in campo internazionale ne abbia impedito una maggiore e più profonda conoscenza nel mondo occidentale. La cultura musicale Carnatica ne ha fatto nel corso del tempo uno dei suoi mezzi di espressione più importanti e nella stampa proposta da Dunya Records è possibile ascoltare, nelle splendidi esecuzioni di E. GAAYATHRI, un'ampia scelta di melodie e brani di rinomati compositori. Proveniente da una famiglia di artisti, GAAYATHRI è riuscita a emergere sin da giovanissima come uno dei migliori interpreti di veena, affascinando le platee grazie all'abilità tecnica e al talento innato. Il continuo e cristallino flusso sonoro che fuoriesce dal suo strumento ha del prodigioso e riesce nell'intento di coniugare il virtuosismo con le esigenze e i fondamenti della tradizione musicale del sud dell'India. Alla bambina prodigio si è progressivamente sostituita la figura di una performer matura e consolidata, nella quale la facilità e la naturalezza del tocco si accompagnano alla concretezza della faticosa applicazione quotidiana sullo strumento. I n numerosi brani qui presentati si può notare il particolare stile esecutivo di GAAYATHRI, che riesce a rendere il suono della veena del tutto simile a quello della voce umana, dispiegando in tal modo tutta la sua liricità e il suo potere incantatorio. Inoltre, le fasi di improvvisazione sono sempre ben controllate in modo da non soffocare le linee melodiche di riferimento. Il suo modo interpretativo ben si sposa con la profonda vena spirituale e devozionale che pervade tutta la musica carnatica e testimonia abbondantemente come sia possibile carpirne l'essenza più intima se si è un interprete di valore. Il senso di unione con l'infinito, tipico di tutta la musica indiana, trova in questi solchi una esemplificazione pertinente e corretta. Si tratta di un sereno senso di esaltazione vissuto attraverso la ricerca incessante di un suono puro e incontaminato: una sensazione che la nostra civiltà ha da tempo smesso di perseguire e di cui non si ringrazierà mai abbastanza i musicisti indiani per la loro capacità di farcelo rivivere giorno dopo giorno.
Bape - songs and dances from Zanzibar
IMANI NGOMA TROUPE

Bape - songs and dances from Zanzibar

La Tanzania è una nazione dalla multiforme cultura musicale che nel tempo, accanto alle numerose influenze “leggere” provenienti da varie parti del mondo (dalla musica cubana di impronta jazzistica negli anni Quaranta sino all’hip hop e al rap dei nostri giorni) ha saputo mantenere con intatto vigore molte delle proprie tradizioni. Se ne può trovare una conferma e una ricca testimonianza nella prospiciente isola di Zanzibar, luogo da cui proviene la Imani Ngoma Troupe, formazione di sei elementi che nelle cinque registrazioni da loro proposte in Bape hanno modo di offrici un’idea di quanto rigoglioso debba essere il loro patrimonio musicale. In quest’area geografica la forma musicale più conosciuta è senza dubbio il taarab, in origine destinata ad accompagnare i matrimoni della popolazione swahili, caratterizzata dalla commistione di elementi africani, arabi e indiani. La Imani Ngoma Troupe non si limita però a proporre tale genere, e va a pescare anche nel repertorio delle numerose altre etnie che popolano Zanzibar. Si tratta di musiche utilizzate per vari tipi di danze rituali (in particolare per sposalizi e riti di iniziazione), per le quali vengono impiegati strumenti quali i tamburi ngoma, lo zumari (un clarinetto di legno di probabile origine portoghese), il sanduku (sorta di rudimentale contrabbasso a una sola corda) e varie altre percussioni. Di grande forza e bellezza sono anche gli inserti vocali, in particolare femminili, che danno corpo a liriche dedicate tanto ai principali problemi della società contemporanea quanto ai sempiterni sentimenti individuali. Tra le danze che assurgono a particolare importanza va ricordata quella msewe, in origine eseguita per compiere riti di esorcismo e l’unica caratterizzata da soli danzatori maschi, mentre uno stile musicale assai diffuso è il kidumbak, prossimo alle sonorità del taarab e in cui due piccoli tamburi sostengono la parte melodica affidata al violino. I musicisti della Imani Ngoma Troupe hanno dalla loro una lunga esperienza, forgiatasi prima all’interno del ministero dell’educazione e della cultura di Zanzibar e in seguito in innumerevoli concerti tenuti tanto in patria quanto all’estero. È anche per tale ragione che ascoltando Bape si è immersi sin dal primo istante nella magia di una terra davvero unica dal punto di vista musicale, piena di suoni, profumi e colori inaspettati, dove la circolazione di stili e generi differenti è sempre stata una necessità e non una imposizione delle mode del momento.
Tango Negro Trio
TANGO NEGRO TRIO (Juan Carlos Caceres / Carlos Buschini / Marcelo Russillo)

Tango Negro Trio

Il suo modo di concepire l’arte e la musica ne fanno un artista assolutamente anticonvenzionale e di difficile classificazione, anche se molti amano considerarlo, in fin dei conti non del tutto a torto, una sorta di Paolo Conte sudamericano. L’attaccamento al paese in cui è nato, l’Argentina, è evidente, e si esplica in un incondizionato amore per il tango. Ma il suo talento poliedrico (CACERES è anche un pittore dall’eccellente e folgorante tratto, capace di coniugare l’astrattismo con una figuratività quasi fumettistica) non si limita a riprodurre i ritmi e i colori di questo genere conosciutissimo. La sua espressione artistica è infatti dominata da due tendenze principali. La prima, a partire dal suo trasferimento a Parigi nel 1968, consiste in un approccio di tipo spaesante alla materia, tipico di chi ha dovuto abbandonare il proprio paese e si trova da lungo tempo a fare i conti con una realtà magari accogliente (la “movida” parigina) ma che si svolge pur sempre, e non solo metaforicamente, sotto un cielo grigio, freddo e triste, che il vibrare di un tango non sempre basta a rischiarare e riscaldare. La seconda, in qualche modo più sostanziale e “tecnica”, riguarda il tentativo di CACERES di evidenziare come il tango non consista semplicemente in una rivisitazione in chiave sensuale di modi di danza all’europea, ma contempli nel profondo della sua anima forti influenze dettate dalle tradizioni e dai ritmi africani, penetrati nell’America del Sud attraverso forme quali la milonga e il candombe. Considerato secondo quest’ultima prospettiva il nuovo disco di CACERES appare particolarmente rivelatore ed esemplificativo della sua poetica, a cominciare proprio dal titolo per proseguire con il brano Viva el candombe negro, chiaro omaggio alle radici africane del tango. E come preannunciato dalla sua voce espressiva e rauca la ricerca di quella negritudine troppo spesso dimenticata dagli storici del tango giunge infine a rivelarsi in tutta la sua pienezza e creatività. Senza che questo significhi eliminare del tutto i ricordi e le nostalgie attinenti la vecchia Europa, come quando in Que es lo que queda CACERES incrocia i suoi sogni a occhi aperti con quelli di Charles Trenet. In Tango Negro Trio CACERES, che come di consueto si esibisce alla voce, al trombone e al piano, si avvale della collaborazione di Marcelo Russillo alla batteria, di Carlos “el tero” Buschini al contrabbasso e dell’ospite d’onore Daniel Binelli al bandoneon. La musica scorre concreta e misteriosa, evocativa e terrena, algida e fiammeggiante allo stesso tempo, mettendo in mostra un perfetto equilibrio tra la sua componente tradizionale e quella maggiormente innovativa. CACERES con Tango Negro Trio si riconferma senza alcun dubbio il miglior rappresentante del tango “d’autore”.
Et Vice Versa
ZITELLO Vincenzo

Et Vice Versa

Da tempo attesa, ecco la ristampa della prima fatica discografica di VINCENZO ZITELLO, realizzata inizialmente nel 1986 su cassetta con il titolo di "Frammenti d'Aura Amorosa". Si tratta di un documento di grande interesse, che consente di gettare un luminoso sguardo all'indietro non soltanto sulla produzione iniziale di uno dei più autentici e versatili strumentisti italiani ma anche sui percorsi e sulle direzioni lungo le quali, sedici anni fa, si stava incamminando la musica di qualità del nostro paese. ZITELLO veniva da studi attenti e infaticabili relativi alla tradizione dell'arpa celtica, nell'approccio alla quale stava faticosamente cercando una via personale, lontana dal semplice revival di atmosfere vagheggianti la cultura bretone. Ma tutto ciò a un certo punto cominciò a non soddisfarlo appieno. Decise perciò di dedicarsi alla composizione di brani interamente di suo pugno che, pur senza rinnegare le esperienze e le ricerche passate, gli consentissero di approdare a musiche di più ampio respiro, in grado di metterne maggiormente in evidenza lo stile unico. Nasceva così lo ZITELLO (che verrà da molti, assai impropriamente, collocato nell'area musicale della New Age) capace di brillanti virtuosismi e fortissime intuizioni liriche. Un caso, all'epoca, piuttosto unico nell'ambito della scena italiana della metà degli anni Ottanta, dove l'amore per i suoni senza confine doveva ancora sbocciare. Un riascolto attento di Et Vice Versa non può non mettere in evidenza l'originalità di un'opera che non solo ha resistito all'erosione tempo che passa inesorabile ma soprattutto si dimostra essa stessa davvero fuori dal tempo e perciò quanto mai attuale e godibile. ZITELLO iniziava qui un'avventura sonora che lo avrebbe portato a incontrare le musiche del mondo intero, sempre affrontate attraverso uno studio serio e partecipato, in grado di proiettarlo a livelli di qualità assoluta. Gli otto brani di Et Vice Versa (due dei quali mai ascoltati in precedenza) raccontano storie musicali vibranti e riflessive, eteree e sanguigne allo stesso tempo, malinconiche eppure così intense e piene di gioia di vivere. Le arpe acustiche ed elettriche di ZITELLO si incontrano, si abbracciano e si lasciano senza sosta, descrivendo voli di grande emotività e tessendo un dialogo fitto e serrato che non concede all'orecchio il benché minimo respiro. ZITELLO con "Et Vice Versa" tende ad allargare la sua formazione, giungendo ad ampliare l'orizzonte delle sue esperienze culturali e perseguendo un percorso assai creativo durante il quale saprà mostrare anche una sorprendente capacità di innovazione tecnica e strumentale. L'unione di tradizione e modernità trova nelle musiche di ZITELLO una perfetta sintesi che tende ad esaltare le insospettabili potenzialità che dimorano tra le corde dell'arpa celtica, uno degli strumenti più antichi d'Europa. VINCENZO ZITELLO ha compiuto studi con Alan Stivell e gli altri maggiori strumentisti bretoni, e innumerevoli collaborazioni con i più importanti artisti della scena musicale italiana (Franco Battiato, Ivano Fossati, Tosca e Alice).
Barcarola
ZEGNA Riccardo

Barcarola

The sky didn't fall
TICKELL Kathryn & HEWAT Corrina

The sky didn't fall

CD
Tremalaterra

CD

libro
The Rough Guide to World Music vol.1 (Europa & Africa)

libro

Parvanè
MISHMASH

Parvanè

Il nuovo lavoro del gruppo klezmer/persiano/sefardita che mescola i suoni dell'Asia minore e compone affascinanti suite di grande coinvolgimento.
Distribuito da Felmay
Guzulka
DENISSENKOV Vladimir

Guzulka

Seconda prova per la nostra etichetta (dopo Bajan – Dunya Records fy 8002) di uno dei migliori e più preparati fisarmonicisti oggi in circolazione, Guzulka, conferma appieno le doti e la sensibilità musicale di VLADIMIR DENISSENKOV, ucraino giramondo che da diversi anni ha eletto l’Italia come sua patria d’adozione, collaborando via via con importanti artisti del nostro paese quali ad esempio Fabrizio de André (nel disco “Anime salve”), Moni Ovadia e Ludovico Einaudi. Il nuovo lavoro presenta tante novità e lo vede alla testa di un gruppo numeroso e ben in sintonia con le idee del leader, ed è, assai più del precedente, centrato su composizioni scritte di pugno dallo stesso DENISSENKOV che consentono all’opera di andare molto al di là di una semplice riproposizione dei moduli tradizionali della sua terra d’origine. Di DENISSENKOV vale la pena sottolineare, insieme alle superiori qualità tecniche e virtuosistiche che sa applicare al suo strumento, un particolare tipo di fisarmonica russa conosciuta con il nome di bajan, la felice vena creativa con la quale ha saputo mettere insieme un mazzo di brani di eccellente qualità. Le atmosfere di Guzulka sono tra loro assai variate, si ascoltano continui salti di ritmo e si avvertono sentimenti tra loro contrastanti (dalla gioia sfrenata alla malinconia più profonda, passando attraverso tutti gli stati d’animo intermedi), che ben rispecchiano l’intendimento di DENISSENKOV di voler assemblare un disco che fosse la rappresentazione sonora non soltanto del percorso creativo sinora realizzato, ma anche delle sue tante esperienze di vita, ricostruite sul filo della memoria e del ricordo. Avanzando nell’ascolto dei brani si ha infatti la sensazione di essere affacciati al finestrino di un treno che procede ad andatura spedita ma che permette comunque di distinguere bene ciò che accade fuori: ecco allora venirci incontro panorami e paesaggi sempre differenti così come volti, occhi, sguardi dalle mille espressioni. La musica di DENISSENKOV sa sottolineare e restituire alla perfezione il campionario di sensazioni al quale si è ispirato, e gioca a questo proposito un ruolo determinante l’impiego, talvolta contemporaneo, delle tre voci femminili presenti nell’organico della formazione, capaci di rendere estremamente dinamici brani quali Mariçka e Guzulka, oppure evocare la nostalgia infinita (Santa Russia) o ancora esplodere nel lancinante grido di Eterlesi. Si fa apprezzare anche l’uso di trombe e tromboni, il cui suono punteggia qua è là le tracce, imprimendo alla musica una verve assolutamente particolare, che le consente di aprirsi verso sonorità in qualche modo apparentabili a quelle balcaniche. Infine, gli assoli di DENISSENKOV in Guzulka (si ascoltino, per esempio, Chasing ogres, Ale e Franz) sono particolarmente felici e dimostrano la raggiunta maturità di un esecutore che anche quando dà fondo alle sue capacità virtuosistiche lo fa in estrema scioltezza, preoccupandosi innanzitutto di essere coerente con la materia musicale che va proponendo. Guzulka rappresenta certo un risultato fondamentale nella discografia di DENISSENKOV, ponendosi allo stesso tempo quale sintesi e traguardo di una carriera ultraventennale e punto di partenza verso nuove ed entusiasmanti avventure musicali.
Century XXI - France 1
AAVV

Century XXI - France 1

FRANCE è un nuovo capitolo della serie CENTURY XXI, collezione di produzioni discografiche dedicate ai nuovi compositori del prossimo secolo. Iniziata tre anni fa con le prime uscite comprendenti compositori americani - fra cui Glenn Branca, Ben Neill, Carl Stone, Michael Gordon - e proseguita con due volumi dedicati ai compositori inglesi - Nyman, Fitkin, Martland, Gough, Peyton Jones ed altri - la serie prosegue oggi con un nuovo cd dedicato ai compositori francesi. I brani, scelti da Bruno Letort, compositore e conduttore di Radio France, programmista di musica contemporanea, e da Renzo Pognant, curatore della serie, presentano una serie di nuovissimi compositori i cui interessi musicali sono assai diversi fra di loro. Apre la raccolta un brano di LIMBORG, Caligola, che fa riferimento nelle sue fonti di ispirazione a Brian Eno e Dead Can Dance, con cui condivide sicuramente il gusto per le atmosfere sospese e misteriose. Atmosfere che ritroviamo in gran parte dei brani presentati. Fanno seguito i quattro movimenti di Suite pour quatuor à cordes (et machineries diverses) di BRUNO LETORT, dedicati rispettivamente a Glenn Branca, Astor Piazzolla, Stephane Rodesco e Wim Wenders. Momenti cantabili si alternano ad altri più sospesi, sonorità classiche a quelle elettroniche. Lo stesso quartetto, Rodesco - Letort, ci presenta brani di altri due compositori. Sécession di PHILIP LAURENT fin dal titolo richiama le atmosfere culturali di rottura della Vienna di inizio secolo, e Pièces Froides di HECTOR ZAZOU. Questa è la trascrizione, per quartetto d'archi, di brani apparsi sul CD "Chansons des mers froides". Ispirato da canti «Inuit» il brano testimonia la capacità di Zazou di fondere fra di loro sonorità e linguaggi musicali diversi (ritmi africani, melodie nordiche, strumentazioni classiche occidentali). Altra presenza significativa quella di GILBERT ARTMAN, conosciuto come fondatore e direttore del gruppo URBAN SAX. Utopia diventata realtà, Urban Sax da quasi venti anni gira il mondo (letteralmente) con concerti, installazioni, sonorizzazioni ambientali, con la sua straordinaria formazione di sassofoni, percussioni e voci. Il brano qui presentato è ben esemplificativo della capacità evocativa di questo gruppo. Fortemente attratto dal mondo della danza e del teatro in "Papa N'yaye" MARIN FAVRE, di provenienza classica, coniuga nel suo ensemble improvvisazione e scrittura. Completano il Cd due brani di ispirazione minimalista. Uno per solo pianoforte di FREDERIC LAGNAU, "Ca va son dire"; il secondo, "Reflux", di DOMENIQUE GRIMALDI, per solo basso elettrico, ispirato dai lavori di sovraincisione di Steve Reich ma anche dalle atmosfere del rock psichedelico più classico. Nel complesso emerge dal CD un mondo musicale molto diversificato, ricco di sfaccettature che cerca di coniugare in modo originale e significativo vari linguaggi musicali siano essi di culture lontane fra di loro (Inuit, Africa, Bali) o della stessa cultura classica, rock e jazz.
Trance
AAVV

Trance

La Trance gode in questa fine millennio di un interesse diffuso. Molta della musica contemporanea di area elettronica si richiama, più o meno correttamente, alla Trance e alle musiche di carattere mistico-estatico. Il bisogno di assoluto, di comunicazione spirituale dei nostri tempi è quanto mai alto. Il CD Trance presenta una serie di musiche a carattere estatico e mistico scelte ed organizzate dal compositore Paolo Modugno. Si tratta di un percorso musicale elaborato come un viaggio sonoro ma anche spirituale nelle cerimonie estatiche di culture a noi contemporanee nelle quali l'esperienza mistica ha conservato un valore sacrale. Non si tratta di fare una specie di enciclopedia della Trance o ancora meno mettere a confronto fra di loro esperienze sonore e spirituali che hanno in comune valori ineffabili, quanto invece organizzare un viaggio nel mondo dello spirito. Dal Badakhshan al Brasile del Candomblé, dalle cerimonie del Ketchak balinese agli Gnawa marocchini, alla Santeria cubana il tratto unificante più semplice da riconoscere è che l'uomo che a qualsiasi latitudine e condizione sociale continua a cercare dentro di se la risposta alle grandi questioni universali a cui neppure la nostra tecnologica e tecnocratica società sembra poter sfuggire. Speriamo di aver potuto, con questa produzione dare un nostro piccolo contributo a questa ricerca. Realizzato in collaborazione con l'Associazione Culturale Musica90 in occasione del programma di concerti dedicati alla Trance che si svolge nell'autunno del 1996 a Torino.
Razzmatazz
BORCIANI Quartetto

Razzmatazz

«Razzmatazz è una strana parola, americana, in qualche modo legata agli albori del jazz, la cui radice e il verbo "to razz" - sfottere - e che, tutta intera, secondo un mio amico irlandese si potrebbe tradurre con "a big casino". Pare la strillassero le ballerine di charleston, ma a me piace credere che possa essere anche una parola triestina, che significhi disordine, quel disordine intenso e simpatico che hanno sempre le cose nostre, arruffate negli angoli piu intimi e remoti, e che abbia il sapore - la parola - spiritoso e irridente di quella terra ed anche il suo fondo di malinconia. » (Fulvio Luciani ) Cosi le musiche contenute in questo disco non rispondo ad un programma, non cercano una coerenza di squadra, non ambiscono dimostrare nulla. Sono musiche scritte da autori cosiddetti non accademici, spaziano dalla tradizione popolare della regione appenninica delle quattro province (Cadmio) all'estremismo meccanico delle macchine, che in Luce-Ombra "suonano" con i suoni del Quartetto Borciani assieme al quartetto stesso dal vivo, attraverso suggestioni folkloriche anche esotiche (Chatwin e Caucaso), letterarie (La nave dei folli e ancora Chatwin) ed esistenziali (La via). Il medium prescelto è quello del quartetto d'archi, la formazione piu dotta della musica da camera, il laboratorio delle sperimentazioni piu esoteriche degli ultimi tre secoli, e la tecnica di registrazione è la più classica possibile, degna della tecnica di registrazione di un ciclo di quartetti beethoveniani. Insomma, un bel pasticcio, di sapori antichi e popolari e di nevrosi moderne e metropolitane, della ricerca esistenziale di se, del gusto del ricordo e della appartenenza ad una tradizione, anche la piu lontana dalle nostre origini, e dell'insicurezza propria dell'uomo d'oggi, che alcuni elevano a simbolo di modernita, "letto" e accompagnato da un racconto di Dario Voltolini. Nel 1984, Paolo Borciani, primo violino del celebre Quartetto Italiano, permise ad alcuni suoi allievi di dar vita ad un quartetto d'archi che avrebbe portato il suo nome, ad indicare l'appartenenza ad una scuola strumentale e musicale insigne ed il segno di una continuità nella lezione dell'indimenticabile Quartetto Italiano. Da allora il QUARTETTO BORCIANI è stato ospite delle istituzioni musicali e festival italiani piu prestigiosi, ha debuttato a Londra alla Purcell Room nel 1990 e a Salisburgo, alla Grosser Saal del Mozarteum nel 1992 in occasione delle celebrazioni del bicentenario mozartiano. Nel 1991 è stato invitato al Festival dei Due Mondi di Spoleto, invito rinnovato l'anno seguente. Nel 1996 è stato invitato al Festival di Wexford, Irlanda. La RAI ne ha registrato in video due concerti pubblici; uno di questi è stato trasmesso via satellite in tutta Europa. Il QUARTETTO BORCIANI è stato protagonista, a Milano, del ciclo integrale dei quartetti di Beethoven, il massimo impegno per un quartetto d'archi. Accanto alle opere piu tradizionali e conosciute il QUARTETTO BORCIANI coltiva il piacere della curiosità.
USA Concerts East
ZORN / KONDO / CHADBOURNE / BRADFIELD / SMITH / WRIGHT / CORRA / CENTAZZO

USA Concerts East

Questo Cd presenta brani eseguiti da formazioni varie già contenuti nel Lp Usa Concerts pubblicato all'indomani della prima tournée americana nel 1978 di Andrea CENTAZZO e tre inediti, uno registrato a Woodstock al Creative Music Studio con Tom Corra nel 1980, un altro registrato a Bologna al No Wall in duo con Jack Wright, un interessante sassofonista di Philadelphia qualche anno più tardi nel 1985 e infine uno ulteriore registrato al Zoo Place con Kondo e Chadbourne. E' un panorama musicale omogeneo quello che si presentava sulla East Coast in quegli anni, con collaborazione estemporanee fra musicisti provenienti da aree musicali affini. Scrive CENTAZZO nelle note che accompagnano il CD:«C'era uno spirito radicale, una voglia di nuovo, una frenesia di esplorare abbandonando i punti di riferimento con la musica afro-americana che aveva caratterizzato il movimento Free Jazz negli anni 70. A New York ci si esibiva nelle situazioni più impensate dal tempio Punk C.B.G.B. al multimediale Zoo fino ai santuari dell'avanguardia come The Environment e poi The Kitchen. Al sud un gruppo di artisti teneva alta la bandiera della ricerca a Birmingham, in Alabama organizzando concerti, registrazioni e scambiando esperienze con i più fortunati colleghi di New York. Quest'asse sulla East Coast ha funzionato per alcuni anni spegnendosi poi in realtà locali con l'avanzare degli anni '80». Le registrazioni sono state effettuate per la maggior parte sulla costa orientale degli Stati Uniti, New York, con la parte finale della session del Sestetto comprendente: Polly Bradfield, Andrea Centazzo, Eugene Chadbourne, Tom Corra, Toshinori Kondo, John Zorn (le altre registrazioni sono apparse su Environment for Sextet - rdc 5026), così pure per i brani con E. Chadbourne e Toshinori Kondo. I brani con LaDonna Smith e Davey Williams sono stati registrati nel Mississippi e Alabama. I tre inediti provengono da registrazioni effettuate a New York (#3 con Kondo), Woodstock (#4 con Corra) e Bologna (!) (#5 con J. Wright. Il clima è quello mutuato dalla musica improvvisata europea: grande libertà espressiva e radicalizzazione delle forme musicali verso l'improvvisazione più completa. Sono questi gli anni seminali per quella generazione che ha segnato gran parte della musica americana improvvisata e del nuovo jazz delle ultime due decadi. Nel tempo all'aspro linguaggio dell'improvvisazione totale si affiancheranno altre sonorità dando vita ad una vasta molteplicità di direzioni musicali. Pensiamo a John Zorn che mescola indifferentemente, a volte quasi cinicamente, composizioni di Ornette Coleman e temi dai film di James Bond, Noizu giapponese e tradizione Klezmer; ma anche a Chadbourne che non riesce a dimenticare le sue passioni country e rockabilly, a Toshoinori Kondo che duetta con Wayne Shorter e con i grandi della Jungle come Dj Krush e Coldcut. Centazzo si indirizza verso la composizione mentre altri, LaDonna Smith, Davey Williams, restano più legati all'improvvisazione. Questo Cd, e più in generale il catalogo Ictus, è un'importante testimonianza della nascita di questa generazione di artisti e di una stagione creativa unica.
Cantador
GUIDUCCI Simone & Gramelot Ensemble

Cantador

Lungamente atteso e dopo una gestazione durata tutto il 1999 è ora pronto Cantador, tredicesima uscita discografica (collaborazioni comprese) del chitarrista e compositore SIMONE GUIDUCCI, mantovano d'adozione ma torinese di nascita. Presentato in anteprima al festival di Clusone ‘99, Cantador racchiude sette nuove composizioni scritte dalla mano felice e creativa di GUIDUCCI per essere interpretate insieme al GRAMELOT ENSEMBLE, band che a tutt’oggi rappresenta il progetto principale del chitarrista. La nuova formazione del GRAMELOT ENSEMBLE, collaudata nel corso del ’99 in una serie di concerti ed esibizioni in importanti rassegne (Pavia, Cremona, Gorizia e Firenze) presenta, al fianco di SIMONE GUIDUCCI, Roberto Dani, Salvatore Majore, Achille Succi e il talentuoso fisarmonicista bresciano Fausto Beccalossi. Cantador è disco acustico maturo e raffinato, curato nei minimi particolari, frutto di un comune sentire tra tutti i partecipanti, impegnati al massimo delle loro potenzialità nel tentativo, riuscito, di pervenire a un suono complessivo originale e compatto, senza per questo rinunciare alla melodia e alla cantabilità. La matrice jazzistica dei brani, indiscutibilmente punto di partenza e fonte ispiratrice principale di SIMONE GUIDUCCI, sa amalgamarsi e fondersi alla perfezione con le ricche strutture del folklore italiano. Si tratta in sostanza di una musica di "radici", che proviene dal profondo e che ambisce nello stesso tempo sia a “raccontare” sia a stimolare l’immaginazione dell’ascoltatore. Autodidatta, ma assiduo frequentatore di stages tenuti da musicisti del calibro di Jim Hall, Dave Holland, Mike Goodrick, Jon Christensen, SIMONE GUIDUCCI inizia nel 1988 la sua collaborazione con il clarinettista Mauro Negri, insieme al quale fonderà due anni più tardi il quartetto Trapezomantilo. Con questa formazione vince nel ‘91 il prestigioso Jazzcontest organizzato dal Corriere della Sera al Capolinea di Milano e si guadagna la possibilità di incidere un disco. SIMONE GUIDUCCI, sostenuto dall’incoraggiamento di Enrico Rava, realizzerà la sua prima incisione come leader (New flamenco sketches) nel 1994, per poi dedicarsi con grande entusiasmo a far muovere i primi passi a un nuovo progetto, il GRAMELOT ENSEMBLE. È con il disco del ‘96 Sciarivarì che GUIDUCCI ottiene un eccellente riconoscimento da parte della critica specializzata, che lo pone al secondo posto nel referendum Topjazz relativo ai migliori talenti emergenti italiani. Nel 1997 GUIDUCCI pubblica un nuovo lavoro a cui partecipano Gianni Coscia e Achille Succi, quest’ultimo entrato nel frattempo in pianta stabile nel GRAMELOT ENSEMBLE. Scherzi, guizzi & nuove danze si aggiudica il secondo posto nella classifica stilata dalla rivista "Gezzitaliano". Nel corso del 1998, GUIDUCCI intensifica la propria attività concertistica (live con Kenny Wheeler, Gianluigi Trovesi e Paolo Fresu), e parallelamente firma con Mauro Negri un disco interamente acustico oltre a suonare nel quartetto Asymetrique.
The Rogue
ICEBREAKER

The Rogue

Rogue's Gallery è la nuova produzione discografica del gruppo inglese ICEBREAKER, una delle migliori e più interessanti formazioni di New Music della Gran Bretagna. Nati nel 1989, stanchi della noiosa scena musicale inglese contemporanea, troppo accademica e conservatrice, gli ICEBREAKER hanno, inizialmente, volto la loro attenzione artistica verso la nuova musica olandese, in particolare verso la figura del compositore Louis ANDRIESSEN. Il CD contiene, del compositore olandese, una versione live del 1991 della sua composizione forse più famosa e ed importante: Hoketus. Un brano scritto nel lontano 1977 che coniuga le esperienze minimaliste americane con la tradizione tecnica europea nelle sue forme più antiche. Un connubio, quello fra molto antico e molto moderno, che ricompare spesso nella musica contemporanea. ANDRIESSEN è stato il maestro di una nuova generazione di compositori europei, inglesi in particolare. Fra i suoi allievi più originali ed interessanti vi è Steve MARTLAND. Shoulder to Shoulder (1986), il suo brano inserito nel CD, nasce da forti motivazioni politiche oltre che musicali. Gli ICEBREAKER lo hanno ri-arrangiato dandogli una maggior valenza tecnica e virtuosistica. Altro compositore inglese presente nel CD, è John GODFREY. Membro fondatore del gruppo, presenta qui una sua composizione, Euthanasia and Garden Implements (1990), uno dei primi brani scritti appositamente per l'ensemble. Il brano, dal titolo volutamente oscuro, mette in risalto le qualità peculiari del gruppo, in particolare la sua intensità e determinazione nell'esecuzione d'insieme e le capacità virtuositiche dei singoli musicisti. Gli altri due brani del Cd sono di autori americani dell'ultima generazione. Nel brano di apertura, Vanada (1984) di Michael TORKE troviamo già gli elementi musicali che oggi caratterizzano un pò; tutti i compositori post-minimalisti: la capacità di coniugare elementi propri del linguaggio minimale storico ad altri provenienti da altre forme musicali (l'armonia pop, in questo brano). L'altro compositore eseguito è David LANG con la sua composizione Cheating, Lying, Stealing (1995). Qui la commistione fra linguaggi appartenenti a generi diversi colta è compiuta. Il suono classico di base è impregnato dai colori e sapori della civiltà urbana, dal funk nel significato musicale e etimologico del termine. E' proprio la capacità di passare dalle ricerche musicali sulle antiche forme tecniche di Hoketus ai suoni urbani e martellanti delle metropoli odierne a fare degli ICEBREAKER una delle realtà musicali più vitali della scena musicale contemporanea. Crediamo che questo Cd ne possa dare un ulteriore conferma.
Inscapes from the Exile
LAUTEN Elodie

Inscapes from the Exile

Inscapes from Exile è un concept album, una composizione elettronica ispirata da storia, miti e leggende del New Mexico. I brani sono stati composti nel 1994-95 ad Albuquerque e LAUTEN percepì questi due anni come un doppio esilio - dal suo luogo di nascita, Parigi, e dal suo luogo di adozione, New York.
La musica è basata sulla presenza di un drone (bordone) - punto di partenza dei compositori post-minimalisti - ma ciò che la rende differente è l’uso della microtonalità delle sue fasce elettroniche. La microtonalità è definita come l’uso di un’accordatura /temperamento diversa da quella standard (La = 400). Il processo di sintesi comprende tipi diversi di intonazioni inusuali, a volte utilizzate in fasce sonore simultanee. Il tessuto musicale, come nella precedente produzione della LAUTEN Tronik
Involutions
(0.0.Discs), non sono stati utilizzati sequencers. Tutto è suonato dal vivo, direttamente, anche i veloci pezzi di Barbie. Come tastierista LAUTEN si concentra, al di là delle sintesi, nel suonare strumenti elettronici - in molti dei programmi usati in queste registrazioni, la pressione esercitata sui tasti modificata leggermente il colore dei suoni prodotti - e la compositrice suona i vai timbri «dal di dentro», lasciando che questo generi uno sviluppo organico con caratteristiche proprie. LAUTEN è stata definita «la signora dell’elettronica» (New Hope International, Londra) ed è stata votata al primo posto nella categoria tastieristi in un referendum su Intenet (Green Dolphin, Aprile 98). La musica del CD è stata descritta come dotata di «ampia libertà di contrappunto, adagiata in timbri non terreni che crea un sentimento fluido di movimento stazionario che fluttua animato nello spazio». (Kyle Gann, The Village Voice, review of performance at Experimental Intermedia, New York).
Inscapes from Exile
non è musica d’arredamento, è piuttosto un viaggio musicale, tipo un «On the Road» musicale, ma come d’abitudine per i lavori della LAUTEN c’è anche un sottotesto: è un viaggio esistenziale più che fisico, un’esplorazione del proprio se più che della realtà che ci circonda. Ci sono tre livelli di lettura: l’esperienza fisica di un luogo (passiva), l’esperienza mentale di un luogo (ricettiva) e l’introspezione vagliata dall’esperienza (attiva). Questo approccio è espresso nel poema Three Red Dots (vedi libretto del CD) che precede l’ultima composizione, Unknown Presence at the Mesa. Il primo brano, Gusty Winds May Exist, prende il nome da un poetico cartello stradale piuttosto frequente sulle autostrade. un lungo viaggio in auto attraverso le nude «vistas» è l’inevitabile preludio a qualsiasi esperienza in New Mexico. L’attenzione è sul non visto. Nel deserto, come nella tundra, uno si trova faccia a faccia con una realtà quasi extraterrestre: l’orizzonte si mostra in modo scoperto, gli spazi si aprono all’infinito e regna il senso di presenza non inspiegabili, la cui natura è lasciata all’immaginazione - ricordi di civiltà a lungo scomparse, visite di alieni o d’origine spirituale? ... Il viaggio inizia con Roswell. Qui il richiamo è al famoso Incidente di Roswell. La storia racconta che un UFO si schiantò al suolo a Roswell con il suo equipaggio di alieni, alcuni dei quali potrebbero essere sopravvissuti - tutto questo fu negato decisamente dall’esercito americano ma la verità rimane sconosciuta. La storia si svolge in due movimenti: Changing Gravity, Clearly Identified Floating Objects.
I due brani di «Barbie», Barbie’s Abduction e Barbie’s Fugue State esprimono due opposti punti di vista sui rapimenti degli alieni: da una parte ci sono coloro che credono di essere stati rapiti da alieni, come evento reale, dall’altra c’è la forte possibilità che invece si tratti di «uno stato di fuga», uno stato psichico temporaneo in cui uno non ricorda dove è, il perché o chi è.
Ordinary Spatial Distance ha a che vedere con l’adattamento alla realtà quotidiana. La successiva fermata del viaggio, Quantesaurus, richiama una visita ai petroglifi, sculture in pietra di origine preistorica poste sulle colline realizzate in pietra vulcanica nera, muti testimoni di un mondo scomparso. Il viaggio continua attraverso i pueblo d’origine ispanica - Lost in Los Lunas - due o tre case, ed un ristorante, chiuse con cartello alla porta: Cibo Caldo il Giovedì. Tali posti comunicano un senso di esilio nello spazio e nel tempo, come se si fosse proiettati improvvisamente in un passato sconosciuto.
La canzone At the Sundown, in ricordo di Geronimo, è stata trasmessa ad ELODIE LAUTEN da una soprano Sioux, Bonnie Jo Hunt, incontrata mentre giravano un documentario sugli Indiani d’America. Le parole sono la traduzione d’inizio secolo di una vecchia canzone folk. Il brano sulla Mesa, Unknown Presence at the Mesa, è stato ispirato dal Chaco Canyon. Chaco Canyon non è una solita trappola per turisti. Si deve guidare per oltre 25 miglia su strade sterrate prima di arrivare alle rovine dei kivas dell’antica città, ed al tramonto il luogo appare particolarmente desolato e misterioso. Il posto, un largo canyon scavato nella roccia rossa, è di incredibile bellezza. L’intera esperienza di una visita è veramente memorabile. LAUTEN ha una forte legame di simpatia con gli Anasazi, «Il Popolo Antico». La loro presenza comunica rabbia e tristezza, un continuo lamento per quelli che sono scomparsi - non esistono infatti più discendenti degli Anasazi. Nella musica è espresso da un evanescente solo di flauto creato dal campionamento di un flauto tradizionale suonato dall’artista Ron Sunsinger.

Inscapes from Exile è l’ottava produzione discografica di ELODIE LAUTEN. ELODIE LAUTEN è una figura carismatica del movimento post-minimalista (20th Century American Music, Schirmer 1997), «una voce unica sulla scena della musica sperimentale» (Fanfare, Spring 98). Negli oltre vent’anni di carriera di LAUTEN i suoi vari lavori - opere multimediali, installazioni sonore, composizioni elettroniche, per piano e per gruppi da camera - hanno incontrato grande attenzione dalla critica sia in America che in Europa. La sua musica è stata pubblicata da molteplici case discografiche: O.O. Disc, Nonsequitur, Tellus, Point / Polygram, Lovely Music e Newtone Records. LAUTEN ha ricevuto riconoscimenti dal National Endowment for the Arts, ASCAP, Meet the Composer; lavori sono stati commissionati da Lincoln Center, the Soho Baroque Opera, the Queen’s Chamber Band, the Lark Descending, Elinor Coleman Dance Company, David Hockney, etc. Allieva di LaMonte Young e Sri Chimnoy, LAUTEN ha ottenuto Masters in Electronic Music Composition dalla New York University, ed ha insegnato alla New School for Social Research, the Berklee School o Music, Bucknell University, CUNY e New York University.

 

 

Open Door
PLONSEY Dan

Open Door

Dan Plonsey è nato e cresciuto a Cleveland, Ohio. Dal 1984 vive a nell'area della Baia di San Francisco. Ho ottenuto il BA in matematica e musica dalla Yale University (1980) ed un MA in composizione dal Mills College (1988). Ha studiato con: Anthony Braxton, Martin Bresnick, David Lewin, e più brevemente - ma con grande importanza - con Roscoe Mitchell and Terry Riley. PLONSEY ha composto più di 150 lavori per gruppi più o meno grandi; significativa la recente commissione di Bang on a Can (presentata in prima bel maggio 1999). È compositore stabile, e spesso librettista, della Disaster Opera di El Cerrito (13 opere di un ora ciascuna dal 1994); co-fondatore di due collettivi di compositori (New Haven's Sheep's Clothing e the SF Bay Area's Composer's Cafeteria), del giornale Freeway (di cui è anche co-editore) e della serie settimanale di concerti al Beanbender (dal marzo 1995). Ispirato da Sun Ra, Charles Ives, e dai dadaisti, le sue composizioni spesso "nascono dal dramma del conflitto: almeno due idee, una sensata ed una assurda, che si muovono insieme o una contro l'altra ... Altre composizioni più surreali richiedono l'invenzione di mondi immaginari che hanno sviluppato musiche in qualche modo simili alle nostre ma che agiscono secondo logiche diverse." Gli attuali progetti di PLONSEY comprendono la registrazione di 22 composizioni per piccola big-band; una commissione per un opera di marionette per l'Enormous Ensemble; un opera intitolate Sunburst con lo scrittore Paul Schick; la registrazione di una selezione dei 144 pezzi per piccolo pianoforte; la creazione di una struttura compositiva per grande orchestra da registrarsi con un multi traccia. PLONSEY suonerà tutte le parti. PLONSEY suona anche nei seguenti gruppi: Spirit Park, The Great Circle Saxophone Quartet, The Manufacturing of Humidifiers, John Schott's Diglossia Ensemble, Ben Goldberg's Brainchild, Steve Horowitz's Mousetrap, la versione West Coast del gruppo di Eugene Chadbourne Insect & Western, e Wavelength Infinity (un gruppo che esegue solamente musiche di Sun Ra).