In a Cosmic Ear
RE NILIU

In a Cosmic Ear

Raccontiamo una Calabria cosmica, la metafora di ogni Sud in movimento verso qualsiasi angolo del mondo. Quella dei nostri figli. Poi dei figli dei figli. Le radici cercano nel sogno. E trovano se sanno cercare. Vogliamo ascoltare attenti i suoni precipitati nella pietra delle montagne cercando di farne di nuovi. Dall’ultima scintilla. I tempi sono tutti i tempi ma sappiamo che esiste solo il presente. In un orecchio cosmico di spiagge bianche, di limoni e aranci. Non troppo lontano da quel brillare senza calma apparente che é il mare. Nero e argento nella notte. Re Niliu nasce nel 1979 come gruppo di riproposta della musica contadina della Calabria. Questa prima fase “filologica” trova un suo momento discografico in “Non suli e no’ luna” (1984) nel quale prevalgono una musica acustica e l’uso degli strumenti tradizionali. Il disco “Caravi” (1988) inaugura un lungo periodo di sperimentazione nel quale il patrimonio di ricerca etnomusicale inizia a mescolarsi con sonorità urbane e “affinità elettive” verso altre musiche del Mediterraneo. “Pucambù” (1994) è il risultato di questo lungo cammino di elaborazione. La band trova un equilibrio elettroacustico e l’album porterà il gruppo a notorietà internazionale. Seguono anni di alterne vicende artistiche sino alla sospensione delle attività del 2001. Dal 2013 il cammino riprende con la registrazione di “In a Cosmic Ear”.
Distribuito da Felmay
Tarantelle e Canti Tradizionali delle Puglie Vol.2
MALICANTI

Tarantelle e Canti Tradizionali delle Puglie Vol.2

MALICANTI è un gruppo di musica tradizionale pugliese che concentra la sua attenzione su due aree specifiche della sua regione: il Salento e il Gargano. I repertori - tarantelle, pizziche, musica da festa, serenate, canti a la stisa - sono stati appresi grazie al rapporto diretto con i vecchi cantori e i suonatori tradizionali in una convivialità che ha permesso scambi intensi e profondi. Questo lavoro ricorda alcuni di questi maestri e racconta anche di tante collaborazioni con interpreti del canto popolare pugliese, attraverso registrazioni realizzate in casa o nel corso di feste tradizionali. Tarantelle e Canti Tradizionali delle Puglie VOL. 2 segue, dopo dieci anni, il VOL. 1. Cambiano i repertori, gli amici ospiti e le citazioni dei maestri, ma l'estetica della musica è rimasta sostanzialmente la stessa. In questi anni sono state approfondite le frequentazioni con le fonti di questa musica, i vecchi suonatori e cantori. Canti e musiche accompagnavano le scansioni stagionali delle società agro-pastorali e contemporaneamente riconfermavano innovando quei sistemi sociali millenari, che lentamente variavano di generazione in generazione.
Distribuito da Felmay
Mastawesha - Ethiopiques 29
KASSA TESSEMA

Mastawesha - Ethiopiques 29

L'eccezionale serie “Ethiopiques” si arricchisce di un nuovo volume . Il ventinovesimo. Kassa Tessema (1927-1973) appartiene alla lunga tradizione etiope dei narratori malinconici, ma di quelli dotati di una parlantina sciolta. L’abbraccio unico della sua voce profonda aumenta l’emozione generata dal ronzio dei suoi testi. Per gli Etiopi lui è, come Assèfa Abatè, Fréw Haylou, Asnaqètch Wèrqu o Kètèma Mènkonnen, un perfetto esempio della cultura della parola : poesia e libertà di pensiero, ingegno e grande verve che colpisce nel segno, tranquilla veemenza ed eloquenza inarrestabile, infelice disperazione e autoironia. Bisogna sottolineare – per avere una qualche scala di valori – che esiste una certa somiglianza tra la percezione degli Etiopi per la musica di Kassa Tessema e l’eccitazione dimostrata da parte del pubblico occidentale per il pianoforte di Emahoy Tseguè & Maryam Guèbrou (Ethiopiques 21). Ciascuno a suo modo, questi artisti sono in grado di catturare il loro pubblico. Musica da ascoltare.
Distribuito da Felmay
Ansema
TRE MARTELLI & GIANNI COSCIA

Ansema

Nell'alveo musicale alessandrino il gruppo folk Tre Martelli ed il fisarmonicista jazz Gianni Coscia hanno avuto, nel corso delle loro lunghe carriere, diversi momenti di incontro. L'amore per la musica della tradizione popolare li aveva fino ad oggi accomunati in progetti estemporanei ma sempre di stimolante valenza creativa. Dopo l'ennesima partecipazione di Coscia all'album del gruppo "Cantè 'r paròli" (Felmay 2012)si è concretizzato il desiderio comune di costruire un concerto in cui queste diverse storie musicali si incontrino in modo più articolato, rielaborando brani tratti dal vasto repertorio dei Tre Martelli. Nasce così il progetto "Ansema" (Insieme)che cattura in questo disco live i momenti salienti di questa collaborazione. Lo storico gruppo TRE MARTELLI è sulla scena folk da ormai 37 anni. Sono indubbiamente una porta di accesso alle tradizioni musicali del Piemonte, dal momento che in tutti questi anni hanno riscostruito pazientemente l’eredità musicale del triangolo geografico tra le colline del Monferrato, le alture delle Langhe e la pianura alessandrina, con qualche estensione alle aree del Canavese e delle Quattro Province. Hanno così raccolto un imponente repertorio di ballate, canzoni rituali, melodie strumentali e balli tradizionali come brando, monferrina, curenta, burea, scottish, mazurka, valzer, polka e molti altri. L’accuratezza delle ricerche sul campo e l’attenzione alle variazioni stilistiche di questi territori, insieme all’energia dei concerti e alla matura creatività dell’ensemble, hanno fatto guadagnare al gruppo entusiastiche accoglienze di pubblico e di critica sfociate in numerosi concerti, tour e partecipazioni a trasmissioni radiofoniche (BBC, RAI ecc.) non solo in Italia ma anche in buona parte d’Europa. GIANNI COSCIA è un fisarmonicista jazz che non necessita di presentazioni. Di origine alessandrina, dapprima avvocato, è diventato un professionista jazz tra i più stimati, sviluppando un personale percorso di “valorizzazione delle tradizioni culturali popolari attraverso il linguaggio del jazz”. Oltre ad essersi esibito nel circuito jazz internazionale, ha collaborato con Luciano Berio componendo la musica per uno spettacolo contro l’antisemitismo. Ha spesso collaborato con il fiatista jazz Gianluigi Trovesi a partire dal 1994 con il disco Radici (Egea) fino ad incisioni su etichetta ECM.
Aquilarco - Live in New York
SOLLIMA Giovanni

Aquilarco - Live in New York

Aquilarco è la crasi di “aquilone” e “arco”: “è il nome di uno strumento – spiega Sollima – creato da un aquilone che fa vibrare un archetto di violoncello, e che suono in uno dei brani. Volevo narrare la storia di un volo, accumulando nella mia mente oggetti e idee aero dinamiche. Pensavo al matematico vittoriano Charles H. Hinton, che sviluppò un’affascinante teoria della quarte dimensione. Pensavo alla voce di Bob e alle parole di Chris, che gravitavano oltre il significato, come una trottola che crea un vortice fra musica e voce. E ho pensato alla mia terra, la Sicilia, un antico porto per navigatori inquieti”. Il progetto Aquilarco nacque nel 1998 su commissione dell’etichetta Point Music e del suo produttore artistico Philip Glass, il quale definiva Sollima “a fresh exciting talent on the new music scene”. In seguito alla chiusura della Point, l’album scomparve dalla circolazione, ma Sollima, ha oggi l’idea di recuperare una registrazione live della quale era particolarmente soddisfatto. Il risultato si è rivelato superiore a quello ottenuto nel ’98 in studio, avvalendosi di sonorità live di più spontaneità e impatto. Questo concerto è stato una tappa del tour organizzato nel 1999 dall’Istituto di Cultura di New York e dal suo direttore Gioacchino Lanza Tomasi. Alcuni fra i temi principali di Aquilarco sono contenuti nei film di Marco Tullio Giordana “I cento Passi” e “La meglio gioventù”.
Doctor 3
DOCTOR 3 (Danilo Rea, Enzo Pietropaoli, Fabrizio Sferra)

Doctor 3

Un grande successo di critica e di pubblico accompagna Doctor 3 sin dall’esordio e per tutti i primi undici anni di vita. I loro cd ottengono numerosi premi come miglior disco jazz (1998,1999,2001) e il gruppo si esibisce in Italia, dove in poco tempo diventa il beniamino del pubblico jazz e non solo quello degli “addetti ai lavori”, ma anche in Europa, negli USA, in Cina, in Brasile e nel Nord Africa. Ma come spesso succede, nel 2009, il gruppo si scioglie, un passaggio inevitabile, fisiologico e Doctor 3, pur avendo rappresentato un raro esempio di longevità non sfugge a questa logica. La sosta, comunque, e a loro utile per ritrovare nuovi stimoli e maturare nuove esperienze personali. Nel 2014 Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra, decidono di ritrovarsi per riprendere insieme il viaggio interrotto, con nuove idee, nuovo entusiasmo, unendo il patrimonio di crescita individuale degli anni trascorsi in lontananza. Esce quindi, a maggio 2014, il nuovo cd di DOCTOR 3, dal titolo Doctor 3 (Parco della Musica Records, in associazione con Jando Music), seguito da un tour in tutta Italia. Questo nuovo lavoro discografico si colloca in una posizione innovativa rispetto ai precedenti, non ci sono più le imprevedibili scorribande musicali da un brano all’altro, anche se questo procedimento creativo non potrà inevitabilmente mancare nelle perfomance live. Quello che possiamo considerare costante, la cifra stilistica del gruppo da quasi vent’anni, è il repertorio, che conferma una apertura a tutti i generi. Tra i 12 brani scelti per il cd, c’è una netta prevalenza di derivazione anni ’60 e ’70: David Bowie, The Doors, Bee Gees, Beatles, Henry Mancini, Carole King, Leonard Cohen, e incursioni nelle origini del jazz con standard, di Irving Berlin. Il viaggio musicale di Doctor 3 continua e le storie da raccontare sono ancora molte.
Bluestop - Live
PIERANUNZI Enrico, INTRA Enrico

Bluestop - Live

Nel marzo del 2013 i due grandi Enrichi del pianoforte jazz europeo: Intra e Pieranunzi, si sono incontrati a Bollate, nel quadro della rassegna “Conoscere il Jazz” (curata dal Bollate Jazz Meeting) per realizzare un eccezionale duo pianistico in cui elaborare nella più totale libertà pagine di Intra legate al suo metodo “Improvvisazione altra?” e di autori classici come Poulenc e Hindemith. Una pseudo prova di nemmeno un'ora precedette quel concerto e fu più che altro utilizzata per verificare le poche parti scritte e comunicarsi l'indirizzo da tenere nel percorso musicale, risultato alla fine di straordinaria intensità e ricchezza al punto che AlfaMusic ha deciso di pubblicarlo sull'album che viene presentato nel concerto della Casa del Jazz (“Bluestop” – Enrico Intra Enrico Pieranunzi AlfaMusic/2014). La performance romana di Intra e Pieranunzi, pur nella logica diversità con quella del disco, vivrà di quello stesso interplay che, a Bollate, portò i due pianisti ad ascoltarsi con estrema cura, evitando ripetizioni e antagonismi, per creare musica “insieme”. In sostanza, questo è un duo molto diverso da quelli abituali, che si esprimono attraverso gli standard della tradizione jazzistica nella formula dell'assolo accompagnato dell'uno o dell'altro pianista; la sua direzione è rivolta alla composizione istantanea in grado di portare la musica verso una reale dimensione collettiva per formare un intreccio inestricabile con cui comporre in unità le idee musicali di due delle più autorevoli e caratterizzate personalità del jazz italiano. Maurizio Franco

Distribuito da Felmay
Michel On Air
COLLINA Alessandro, CERVETTO Rodolfo, PEILLON Marc & BOSSO Fabrizio

Michel On Air

La nostra Romagna
CALEIDÒRKESTRA

La nostra Romagna

Il progetto “La nostra Romagna” della Caleidòrkestra vede la luce nel Novembre 2010 ma ha origini antiche. Le sue radici affondano nella natura stessa dei Romagnoli, della loro cultura e della loro terra: la Romagna Terra antica, terra di confine, terra dove tutti, dalla preistoria ad oggi, attraversandola, hanno preso ma hanno anche, e soprattutto, lasciato. I Galli, gli etruschi, i romani, i veneti, i pellegrini che, nei secoli l'hanno vissuta, attraversata, popolata, trafficando, commerciando, guerreggiando, hanno lasciato tracce, oltre che nei geni, anche nella lingua, nel carattere, nella cultura e, quindi, anche nella musica, facendo della Romagna un crogiolo di fusione e, del Romagnolo, un abile alchimista capace di prendere elementi, stili e sollecitazioni diverse per distillarli in qualcosa di nuovo, unico, originale, Romagnolo, appunto. Così, come nei secoli i loro antenati, i musicisti romagnoli vissuti cavalcando la prima metà del novecento hanno preso gli importati walzer, polka e mazurka, balli di matrice mitteleuropea, e li hanno masticati, manipolati, rielaborati, plasmati fino a farli propri e farli diventare IL BALLO LISCIO. Il Liscio, un'epopea musicale, ma anche sociale, durata novant'anni; un fenomeno culturale che, oltre ad aver attraversato le vite di almeno quattro generazioni di Romagnoli, grazie al turismo della Riviera, è stato esportato con tale successo da diventare, nella convinzione di molti, LA musica Romagnola per eccellenza. Oggi, proprio mentre molte balere, veri e propri templi del culto del Liscio, spariscono, una nuova generazione di musicisti Romagnoli comincia ad affacciarsi su quella storia, a riscoprire quell'epopea e, ripercorrendo le orme dei predecessori, riprende i “classici” di quel repertorio per rimasticarli, plasmarli, modellarli e fonderli, nuovamente, alla musica di altre culture per creare una musica nuova, vicina al gusto loro e del loro pubblico, una Nuova Musica Romagnola. I componenti della Caleidòrkestra hanno impegnato tutto il loro bagaglio musicale fatto di jazz, folk, blues e musica contemporanea nella trasformazione di un repertorio che chiede solo di essere suonato ancora perchè la musica vive solo se è suonata. Così, nulla di strano se la Mazurka di periferia assume un colore “jazzy” o Romagna e Sangiovese si vena di un'inaspettata tonalità vagamente nostalgica e La Gramadora fa pensare a distese di grano che potrebbero essere in Romagna ma anche in Oklahoma; sono i colori ed i suoni della Romagna di oggi, ancora e più multietnica che in passato, ma ugualmente permeabile ai nuovi stimoli, pronta, oggi come allora, a prendere il meglio per farlo proprio, di nuovo e ancora Romagnolo. Quello della Caleidòrkestra è un viaggio nel mondo del Liscio ma anche e soprattutto nella poetica dei romagnoli e della musica che più li rappresenta. Un omaggio al Romagnolo che si emoziona per il Passatore, che sospira per la Morosa, che canta quando lavora, che rivendica le proprie origini, allo stesso tempo bastarde e squisitamente genuine, un omaggio che solo un caleidoscopio di influenze e di stili, un riecheggiare di mille luoghi e di mille spazi, dei mille dialetti della Romagna, poteva descrivere nella sua complessità. Marco Bartolini
Distribuito da Felmay
Ura
HASA Redi / MAZZOTTA Maria

Ura

"Grazie a Maria Mazzotta e a Redi Hasa, ci si trova subito catapultati nei densi e vivaci aromi dei Balcani. Della maestria vocale e strumentale si resta sbalorditi, c'è unione perfetta e grande naturalezza nell'esecuzione di brani melodicamente e ritmicamente molto impegnativi. Preziose sfumature armoniche insieme a un piglio improvvisativo che trasmette un senso di freschezza che si rinnova ad ogni istante." Ludovico Einaudi Progetto d'esordio di uno straordinario duo che porta alla luce i legami possibili tra i repertori che navigano attraverso l’Adriatico unendo i Balcani e i Carpazi con le regioni del Sud dell’Italia. La voce di Maria Mazzotta si muove leggera e ricca di mille sfumature tra le lingue musicali delle due sponde mentre le note di Redi Hasa propongono, ogni volta, una e mille soluzioni possibili alle melodie tradizionali. Il primo brano, originale, ci introduce a questo universo sonoro con sfumature “Del cielo e della terra”, come recita il titolo. “Maria” è invece cantata in griko, la lingua delle antiche comunità grecaniche della Puglia e ci porta facilmente alla melodia montenegrina di “Sladjano Moje”. Ma è in “Ederlezi” che il duo raggiunge uno dei suoi apici artistici. Questo brano della tradizione rom, eseguito da numerosi artisti internazionali, è qui interpretato nella sua forma più pura. Il vibrato della voce di Maria e le armonie di Redi ci portano direttamente nel pieno di una carovana e nelle sue magie notturne. “Ohri” è una composizione originale per violoncello solo e dalle sue note discende il ritmo che ci conduce in Tracia per “Tou Margoudi”, brano tradizionale tra i più importanti di quella regione-ponte. Si torna in Italia per “Cicerenella”, popolarissima tarantella del Settecento che Maria riesce a trasformare in un gioco vocale molto efficace che rende il brano una piece di commedia dell’arte contemporanea. Ritmo di danza frenetica e voce tra le corde nel “Krivo horo” della tradizione bulgara. Un intreccio complesso reso semplice dalla perfetta armonia delle parti. Il canto tradizionale albanese “Kno mi qyqe” e il celebre scioglilingua rumeno “Dumbala dumba” completano questo progetto discografico che getta un ponte tra mondi musicali lontani ma incredibilmente vicini. “Abbiamo sfidato le freddi notti d’inverno con tempi dispari, strofe in rima, il vibrato del canto. Così, nota dopo nota, l’anima si è liberata giocando svelata tra le corde della voce e del violoncello. Abbiamo poi cercato e mescolato la musica e le lingue. Dalle pianure del Sud Italia ai Balcani, fino ai Carpazi. Sembrava una sfida solitaria, un gioco di virtuosismo e invece con quelle melodie e quei ritmi abbiamo costruito un ponte - ura in albanese - e vogliamo attraversarlo insieme a voi, ora - ura in salentino”. Maria e Redi
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IN SETE ALTEREArturo Stàlteri suona Battiato
STÀLTERI Arturo

IN SETE ALTEREArturo Stàlteri suona Battiato

IN SETE ALTERE è l’ omaggio di Arturo Stàlteri alla musica di Franco Battiato: un itinerario che parte dai primi esperimenti sonori dell’artista siciliano, fino alle più recenti produzioni. Lo stesso Battiato ha seguito e completamente approvato il lavoro. Il novanta per cento dei suoni che si ascoltano nel disco è generato dai pianoforti Fazioli F228 e Yamaha C7, a volte opportunamente “trattati”. Accanto a rielaborazioni di brani come “Propiedad Prohibida” (CLIC), “L’Oceano di Silenzio” (FISIOGNOMICA), “Caliti Junku” (APRITI SESAMO) e altri, troviamo due composizioni firmate dal binomio Battiato-Stàlteri: “Meccanica Due” e “The Instrumental Centro di Gravità Permanente”, apparse in precedenza rispettivamente su FETUS e LA VOCE DEL PADRONE. Battiato ha ritenuto infatti che nella sua lettura il pianista romano abbia quasi “ricomposto” alcuni momenti dei pezzi d’origine. II disco contiene inoltre una toccante interpretazione de “L’Egitto Prima delle Sabbie”: si tratta di una nuova versione (in prima registrazione) del brano che fu Premio Stockhausen nel 1978. Con IN SETE ALTERE Stàlteri firma un pregevole lavoro, collocando la musica del compositore di Milo in un ambito che travalica ogni confine, e illuminandola di una luce del tutto nuova. Pochi potranno rimanere indifferenti alle sonorità etnico-minimali de “Il vuoto”, o all’incedere metafisico de “La porta dello spavento Supremo”, per citare soltanto due momenti del disco. Stàlteri collabora con Franco Battiato dal 2004, anno in cui l’artista siciliano lo ha voluto nel suo primo programma televisivo, “Bitte, keine Réclame”. Lo stesso Battiato gli ha offerto poi un ruolo nel film MUSIKANTEN, presentato alla 62.ma Mostra del Cinema di Venezia, e lo ha recentemente coinvolto nel suo documentario ATTRAVERSANDO IL BARDO. Arturo Stàlteri, romano, si è diplomato in pianoforte al Conservatorio Alfredo Casella de L'Aquila. Ha studiato a Roma con Vera Gobbi Belcredi, a Parigi con Aldo Ciccolini e ha frequentato, come allievo effettivo, i corsi di perfezionamento di Vincenzo Vitale e Konstantin Bogino. Stàlteri ha cominciato a farsi conoscere con i Pierrot Lunaire, uno dei nomi storici del rock progressive degli anni settanta, un gruppo che seppe mediare tra rock e classicismo e con il quale ha registrato due album. Tra le altre collaborazioni artistiche : Rino Gaetano, David Sylvian, Carlo Verdone e Sonja Kristina. Svolge una vivace attività concertistica rivolgendo la sua attenzione anche ad autori dell'area extra-colta. Nelle sue performances per solo piano si ascoltano, oltre alle sue composizioni, brani di Debussy, Schubert, Bach, Beethoven, Chopin, Liszt... e Sakamoto, Genesis, Sigur Ros, Glass, Mertens... Dal 1988 collabora con la Rai, per la quale ha condotto numerosi programmi musicali. Attualmente è la voce di “Primo Movimento” e “Il Concerto del Mattino”, per Radio 3. E’ spesso in giuria in concorsi nazionali ed internazionali. Molti dei suoi lavori discografici sono stati ripubblicati in Giappone e in Corea. Questo è il quarto album su etichetta Felmay, dopo "Child of the Moon", Half Angels" e "Flowers 2".

Who Is...The Lion, The Wolf And The Donkey?
STICKNEY Park, CONTENTI Dino, BIOLCATI Gigi

Who Is...The Lion, The Wolf And The Donkey?

Distribuito da Felmay
From Napoli To Belo Horizonte
ONORATO Antonio, HORTA Toninho

From Napoli To Belo Horizonte

Distribuito da Felmay
Bum !
TAMMURIATA DI SCAFATI

Bum !

Dopo 15 anni di assenza, ritorna in studio di registrazione e sui palchi un gruppo storico della world music made in Italy : Tammuriata di Scafati. Guidato da Nando Citarella e Antonio ‘O Lione, il gruppo riprende il suo viaggio attraverso le storie ed i suoni del Vesuvio, dove la tammuriata permane la più importante espressione di musica e danza popolare in tutte le feste religiose e profane. Su un ossessiva base ritmica fornita da tammorra ed altri strumenti a persussione come putipù, triccheballacche, castagnette, scetavajasse, scacciapensieri, i cantori si dànno il turno improvvisando versi tradizionali o derivati dalla tradizione, mentre i danzatori si succedono in danze sensuali. In aggiunta ad un vasto repertorio di “fronne” e tammuriate, questo progetto offre anche la scoperta delle tarantelle provenienti da altre zone, con esempi dal Cilento, dal Sannio Beneventano, dall’Irpinia e dall’area Matese. Altri interessanti spunti del repertorio sono le serenate ed alcuni brani della tradizione napoletana della “Pusteggia”, contribuendo così ad un menù irresistibile. BUM! è tutto questo, un nuovo disco che unisce vecchie tradizioni e nuove avventure musicali.
Distribuito da Felmay
Upset.
ROCCA - BENIGNI DUO

Upset.

Il duo Paolo Rocca (clarinetti, ciaramelle) e Fiore Benigni (organetto diatonico) è appassionante e virtuoso, e propone un complesso repertorio che si distende su una sorprendente complessità ritmico / armonica e che affronta i più diversi idiomi musicali. Dalla musica Klezmer a quella gitana fino al choro brasiliano, dalla geampara rumena fino al moderno tango-jazz, con un costante riferimento alla tradizione italiana (saltarelli, serenate …). La stessa flessibilità di approccio caratterizza anche i brani originali proposti dal duo, che dissolve l’ intenso rigore in esecuzioni fresche e di essenziale lirismo.
Distribuito da Felmay
Compassion - Himalayan Buddhist Mantras
VARIOUS

Compassion - Himalayan Buddhist Mantras

I mantra non sono soltanto formule invocatorie e mistiche incentrate sul valore metafisico della Parola, espressione suprema del divino e principio primo della creazione. Sono altresì sacre vibrazioni sonore, tese a connettere l’umano con il divino. Composti di sillabe rappresentative, contenenti al loro interno una grande energia spirituale, possono risvegliare nell’individuo il proprio vero Sé e conferirgli l’illuminazione. L’esecuzione dei mantra in modo appropriato facilita la liberazione dell'anima verso stati più elevati, portandola all'unione con il divino. Il canto continuo dei mantra purifica la coscienza e la mente, promuove l'armonia a tutti i livelli. Compassion, curato da Dr Sonam Wangchok e realizzato con la collaborazione dell’Himalayan Cultural Heritage Foundation (HCHF), presenta quattro mantra dell’area Himalayana. Om Tare Tuttare-Ture Swaha è dedicato a glorificare Tara, la Madre di tutti i Buddha. È una protettrice la cui compassione permette di rendere meno dure le afflizioni e le sofferenze sia fisiche sia spirituali che ci colpiscono. Om Mani Padme Hūm, mantra universalmente noto, è composto da sei sillabe e viene associato di solito ad Avalokitesvara, un Bodhisattva della compassione. La recitazione di questo mantra è utile a raggiungere la saggezza attraverso un percorso fatto di generosità, etica, pazienza, perseveranza e concentrazione. Associato a Guru Rinpoche (o Padmasambhava) è Om Ah Hum Vajra Guru Padma Siddhi, mantra costituito di dodici sillabe a rappresentare gli insegnamenti principali del Buddha, essenza delle 84 mila Porte della Legge. La potenza di Padmasambhava è enorme e richiamarlo con questo mantra equivale a ottenere saggezza e benedizione in larga misura. Om Muni Muni Maha Muniye Swaha è un mantra del Buddha Shakyamuni e conduce all’essenza dell’illuminazione, alla forma pura del discorso illuminato. Le sue sillabe danno forza ed energia, controllano la sofferenza del samsara (la vita terrena, il mondo materiale), dei pensieri autoindulgenti e delle illusioni. Oltre ai contenuti religiosi l’ascolto di questi mantra evidenzia la qualità del significante musicale. Le voci si intrecciano e dialogano in maniera profonda, evocativa, pur nella semplicità dell’iterazione sillabica. Altrettanto efficace è la dimensione strumentale, tessitura fine di percussioni, cimbali, flauto e liuto che a tratti prende il davanti della scena e acuisce il senso di ritualità insito in queste pratiche devozionali.
Missive Archetipe
ROMANO Edmondo

Missive Archetipe

Secondo lavoro di composizione sulla comunicazione dopo il primo capitolo Sonno eliso dedicato al Maschile-Femminile. La tematica di Missive archetipe è la parola, il verbo attraverso la poesia, il racconto, la memoria… la sua crescita nei secoli insieme all’uomo, dalla sua nascita sino all’era contemporanea. L’ipotetico viaggio dell’uomo nei suo rapporto con il mondo esterno, nascita, scoperta della parola, della comunicazione nell’amore, con il figlio, con gli animali, se stesso… I brani strumentali, orchestrali, intimisti, legati sempre ad immagini sono affiancati da poesie di Catullo Carme - A Lesbia, di Jalal al-Din Rumi Morite morite, dal canto popolare della culla tra le più note della nostra tradizione Ninna nanna sette e venti, all’esperienza diretta di Charlotte Delbo nei campi di concentramento con Vestire la tua pelle. Edmondo Romano polifiatista e compositore, lavora da 25 anni nella ricerca musicale folk, etnica, minimalista perfezionando l’uso degli strumenti nelle diverse culture ed espressioni. Ha suonato e composto numerose colonne sonore cinematografiche (in collaborazione con Pivio e Aldo De Scalzi), musicato reading poetici per Adonis, Fernanda Pivano, Mario Macario, Maurizio Maggiani, Don Andrea Gallo, Ugo Volli, Dario Vergassola, Mario Macario... composto musiche per teatro (Teatro Nudo, Laura Curino, Lina Sastri, Teatro Cargo, Teatro della Tosse…) e televisione, esibendosi con numerosi musicisti in Italia e in Europa tra i quali Vittorio De Scalzi, Mario Arcari, Ares Tavolazzi, Antonio Marangolo, Ingrid Chavez, Armando Corsi, Tony Esposito, Marco Beasley, Marco Fadda, Elias Nardi, Max Manfredi, Arup Kanti Das, Filippo Gambetta, Maurizio Martinotti, Franco Lucà, Roberta Alloisio, Federico Sirianni, Gnu Quartet, Rebis, Luca Falomi, Edward Neill... Trenta produzioni discografiche con le più importanti etichette etno-folk e progressive d’Italia (Le Vijà, Orchestra TradAlp, Picchio dal Pozzo, Charta De Mar, Comunn Mor, Hostsonaten…) e progetti personali che ottengono ottimi riconoscimenti internazionali: Eris Pluvia, Avarta, Orchestra Bailam. Curatore artistico e compositore della Compagnia Teatro Nudo con la quale svolge un’intensa attività anche come regista, ha prodotto due album da solista: “Sonno Eliso” - I dischi dell’espleta (2012); “Missive Archetipe” - Felmay (2014).
Himalaya
Guo Gan

Himalaya

Nuovo CD in solo, il secondo per la nostra etichetta dopo il successo di Scented Maiden (2011), del virtuoso cinese di erhu (violino a due corde) GUO GAN. In questa nuova registrazione GUO GAN cinese presenta 11 brani, 2 tratti dal repertorio classico cinese e 9 pezzi da lui composti per l'occasione . Spesso descritto come «violino cinese», l'erhu appartiene alla famiglia del violino, per la forma e per l’uso dell’archetto per far risuonare le corde. I due brani classici del repertorio dell’erhu che GUO GAN suona nel CD sono due capolavori: Saima, Horse race ispirato da una melodia folk, suo marchio di fabbrica qui presentato in una versione molto originale, e Reflections of the moon ispirato dallo stato d'animo del paesaggio. Le altre tracce sono tutte composizioni originali ispirate dalle sue esperienze cinesi: dalla cultura millenaria (Shadow Puppets, Beijing Opera, Go, The Lantern Festival), da momenti importanti della storia della Cina (The Forbidden City) o esperienze personali (Water Women, Tea-girl) per sottolineare, se necessario, le radici profonde e forti che GUO GAN mantiene con la sua terra d'origine anche ora che è diventato un cittadino del mondo, con un’attività concertistica che lo ha portato ai quattro angoli del pianeta. GUO GAN ha iniziato a studiare l’erhu con il padre Guo Jun Ming, rinomato erhu virtuoso. Nel 2000, si è trasferito in Francia per studiare per poi conseguire il Master presso la Scuola Nazionale di Musica di Fresnes di Parigi. Durante questo periodo, ha fondato la prima jazz band cinese - Dragon Jazz - a Parigi. GUO GAN ha lavorato con molti musicisti e artisti in diverse parti del mondo e ha viaggiato in più di 70 paesi. Ha suonato circa 2000 concerti ed è apparso in più di 40 album. Si è esibito in molte importanti sale da concerto, come Carnegie Hall e Lincoln Hall a New York, Chicago Symphony Hall, Royal Music Hall a Ginevra, Paris City Hall e Palais des Congrès a Parigi e molti altri. GUO GAN suonato con molti importanti musicisti, tra questi Lang Lang, Yvan Cassar, Didier Lockwood e Jean - François Zygel. I suoi concerti con Lang Lang in Europa e negli Stati Uniti non solo sono stati altamente riconosciuti e lodati dai media, ma gli hanno anche guadagnato popolarità tra gli appassionati di musica di tutto il mondo. Ha anche suonato con alcune delle migliori orchestre del mondo. Ha inoltre al suo attivo partecipazioni a progetti musicali in ambito world, classico, jazz, con compagnie di danza e operistiche. Programmi televisivi e radiofonici hanno condotte interviste e trasmesso programmi su GUO GAN, riferendosi a lui come il maestro delle due corde (erhu). Agli occhi dei media francesi , è diventato un simbolo del erhu cinese
Distribuito da Felmay
Isula Ranni
UNAVANTALUNA

Isula Ranni

La recentissima vittoria del Premio Andrea Parodi conferma la validità del loro percorso artistico, culminato nell’ultimo e terzo lavoro discografico "Isula Ranni", contenente il brano Isuli che si aggiudica tre premi in concorso come primo classificato, miglior testo e migliore arrangiamento. L'interpretazione dei grandi classici "La pampina di l’alivu”, “Mi Votu e mi rivotu”, “Pirati a Palermo” e “Signuruzzu faciti bon tempu” è resa con le sonorità più tipiche del gruppo. Con Unavantaluna il classico ha viaggiato, ha fatto un sogno, si è vestito dei loro suoni, con eleganza e rispetto della tradizione. Il brano “Isuli” racconta una condizione tipica dei siciliani, sempre in bilico fra la partenza e il ritorno, fra la terraferma e il mare, fra il possibile e le possibilità. La musicalità della lingua, la sua poeticità sonora, appassiona all'ascolto al di la del significato delle parole. "Cumpari" giocosa e impertinente come un bambino con le ginocchia sbucciate per le strade di Messina. “Petra Niura” è l'intuizione che emozioni e sentimenti siano il tramite per una comprensione più' grande. "Genti di ‘na vota” è il rispetto per la tradizione musicale popolare e per le persone che la tramandano, un omaggio agli anziani e un'assunzione di responsabilità, un inno. E così gli altri brani cantati e strumentali.
Distribuito da Felmay
Strange People
MELECH MECHAYA

Strange People

MELECH MECHAYA significa, in ebraico, "I Re della Festa” e questa band portoghese può meritare perfettamente un titolo così illustre. I MELECH MECHAYA trasformano i loro concerti in una festa non-stop in cui il pubblico ride, balla, partecipa e viene coinvolto in una performance irresistibile. MELECH MECHAYA sono nati nel 2006 a Lisbona, con la stessa line-up attuale: Miguel Veríssimo al clarinetto, João Graça al violino, André Santos alla chitarra, João Novais al contrabbasso e Francisco Caiado alle percussioni. Fin dagli esordi, la musica klezmer, la forte tradizione musicale degli ebrei dell'Europa centrale e orientale, è stata la base per la creazione di un repertorio che affianca brani tradizionali e composizioni proprie, sempre con un approccio personale che riesce a coniugare in modo sorprendente ed emozionante la bellezza delle composizioni con un atteggiamento fresco e spensierato che viene dalle esuberanti performance dal vivo. Fino ad oggi i MELECH MECHAYA hanno suonato non-stop in patria, Portogallo, si sono esibiti in innumerevoli concerti in Spagna, e si sono esibiti in paesi così diversi Croazia, Capo Verde, Brasile, Svezia, Finlandia, Belgio, Germania e Austria, suonando sia in grandi festival all'aperto e nei teatri che in stazioni della metropolitana, edifici storici, club coinvolgendo sempre l pubblico e la stampa con la loro musica. Questo nuovo album mostra appieno la maturità della band, le capacità compositive e gli arrangiamenti della musica ispirata alla tradizione klezmer, arricchendo il repertorio tradizionale con gruppo di composizioni nuove e fresche. In realtà, Strange People contiene in massima parte composizioni originali: 11 su 15 brani sono opera del gruppo. L'audacia e l'originalità degli arrangiamenti, il dialogo e l'interazione degli strumenti, senza perdere in freschezza e vitalità, testimoniano l'alto livello di creatività e sicurezza che la band ha raggiunto. Il nuovo album contiene collaborazioni con il compositore e cantante Amélia Muge, il cantante Jazzafari e il paroliere dei Deolinda Pedro da Silva Martins. Del primo CD hanno detto «Non c'è dubbio, la forza di una band che dovrebbe essere ingaggiata ovunque nel mondo, adesso.» John Pheby, fRoots Magazine (UK ) «Se sono molto divertenti sulle registrazioni dal vivo raggiungono altezze superlative di divertimento». Carlos Monje , Diariofolk.com «Il concerto dei Melech Mechaya è stato uno dei momenti salienti della notte. Il pubblico ha ballato con il suono della band e un'atmosfera di festa si è diffusa per tutta Rock Street». Bruce Leitman , direttore artistico di Rock Street in Rock In Rio.

La solitudine dell'ape
PIERDICCA Andrea & YO YO MUNDI

La solitudine dell'ape

Nell'album "La Solitudine dell'Ape" sono raccolti alcuni brani estratti dallo spettacolo teatrale omonimo interpretato dagli Yo Yo Mundi e dall'attore Andrea Pierdicca per la regia di Antonio Tancredi. Tre brani sono stati realizzati in studio mentre gli altri cinque sono registrazioni live della replica portata in scena al Teatro degli Industri di Grosseto il 7 dicembre del 2013. La Solitudine dell’Ape è uno spettacolo di narrazione e canzone scritto da Alessandro Hellmann, Andrea Pierdicca, Antonio Tancredi, Paolo Enrico Archetti Maestri e prodotto da Unaapi. Breve descrizione del tema trattato: Le api esistono da milioni di anni, prima ancora dell'arrivo dell'uomo. Ma oggi, in diversi paesi del mondo, sono in crisi. Che cosa sta succedendo? Cosa è cambiato? E cosa c’entrano la vita del chimico Justus Von Liebig, il modo di coltivare la terra e di alimentarsi con l’attuale diminuzione delle api negli alveari? La Solitudine dell’Ape è un racconto-canzone che mette insieme i tasselli di questa storia, proponendosi di dare delle risposte, di superare luoghi comuni, di informare, di stimolare una ribellione al sistema della monocultura e del profitto a tutti i costi. Ulteriori specifiche tecniche: Grafica, illustrazioni, fotografie: Ivano A. Antonazzo Registrazioni live: Fabrizio Barale Missaggi e mastering: Fabio Martino Produzione: La Contorsionista s.n.c.
D'Amuri, Gilusia, Spartenza e Sdegnu
POLITI Matilde

D'Amuri, Gilusia, Spartenza e Sdegnu

Distribuito da Felmay
The Day after the Silence - 1976 piano solo
PIERANUNZI Enrico

The Day after the Silence - 1976 piano solo

Quando Enrico Pieranunzi incise questo album, il primo in piano solo della sua carriera e il secondo in assoluto, l'Italia stava attraversando una fase politica esplosiva, di cui si sentivano gli effetti anche sulla nuova scena jazzistica, nella quale stava cominciando a ridursi lo iato con gli altri paesi europei; il jazz italiano si apprestava a vivere un vero e proprio rinascimento, che avrebbe portato a una crescita esponenziale nella quantità di musicisti e nella varietà delle tendenze. Dal periodo di isolamento dei grandi solisti come Basso, Valdambrini, Cerri, Kramer, modellati sul linguaggio americano, o degli artisti d'avanguardia, di marca più europea, come Gaslini, Intra o il Modern Art Trio, che davano respiro internazionale a un panorama nel quale c'era posto solo per l'eccellenza, si passò così a una fase ricca di talenti e proposte, nella quale Enrico Pieranunzi cominciò ad affermarsi grazie all'originalità e alla maestria tecnica ed espressiva presenti nella sua musica e di cui questo Cd è una chiara testimonianza. Negli anni settanta vennero infatti alla ribalta un gran numero di nuovi musicisti, che si affermeranno nel decennio successivo animando una scena completamente rinnovata, alla radice di quella odierna, e nasceranno anche le prime scuole popolari di musica, come quella del Testaccio, di cui proprio il pianista fu uno dei fondatori. Ma, nel clima generale di una fase storica cruciale, la sua figura rappresentava, per vari motivi, un'anomalia. In primo luogo, quelli erano gli anni contraddistinti dal binomio musica-politica, fondato su meccanismi a cui il pianista romano, allora ventisettenne, non aderì mai: “ero un uomo di sinistra – ci racconta -, ma non mi sentivo completamente dentro la cultura marxista. Ritenevo la musica un'espressione prima di tutto umana più che politica, portatrice di una sua propria politica, quella della bellezza”. Poi, era insegnante di pianoforte principale (quello dei concertisti) in Conservatorio e quindi, all'epoca, era uno dei rari portatori di una cultura strumentale accademica, che peraltro sapeva utilizzare consapevolmente in ambito jazzistico trasformandola e ponendola al servizio delle sue improvvisazioni; inoltre, si presentava come un giovane dal linguaggio raffinato, per nulla incline agli slogan e in possesso di una vasta cultura, non solo musicale. Infine, restava fedele alla linea tonale-modale del jazz maturato a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, sfuggendo le sirene della sempre più presente free music, che avrebbe invece praticato diversi anni dopo in maniera originale e quasi mai atonale. Lui stesso comprendeva di essere “un jazzista italiano 'strano', che a qualcuno creava problemi di collocazione”. Al di là di questa premessa, alla sua uscita l'album ricevette un'accoglienza entusiastica da parte della più autorevole critica del tempo: “il musicista è rigoroso e sorvegliatissimo - scriveva Walter Mauro - e si colloca tra i massimi esponenti del jazz italiano con un disco oltretutto esemplare”. “Tecnica magistrale, gusto impeccabile, fantasia straordinaria” sono le affermazioni che si trovavano nella recensione di Salvatore Biamonte, mentre sulla rivista canadese Coda si leggeva di lui come del “più interessante pianista attivo in Italia, dalle frasi articolate con grande cura, dalla mente agile come le dita”. Sulla francese Jazz Hot si rilevava “la grande sensibilità per le sfumature e l'assenza di tendenze jarrettiane” e sulla cugina Jazz Magazine si sottolineava “l'enorme bagaglio tecnico, lo spirito del blues, la fenomenale mano sinistra e le doti di compositore e improvvisatore”. Un consenso, anche internazionale, che raramente in quegli anni i musicisti italiani potevano vantare, consacrato in patria dalle note di copertina del critico allora più influente, cioè Arrigo Polillo, che evidenziavano la molteplicità delle sue influenze, con cui giungeva alla creazione di uno stile originale. Aggiungerei contemporaneo, perché uno degli aspetti del presente jazzistico è proprio la varietà di riferimenti, lo sguardo senza pregiudizi a tutto il passato al fine di costruire in modo nuovo la musica di oggi, cioè una maniera di concepire il jazz di cui Pieranunzi è stato, in Italia, uno dei primi esempi. Tra l'altro, gli influssi più avvertibili nel suo linguaggio di allora erano quelli di McCoy Tyner e Chick Corea, soprattutto per la concezione armonica di tipo tonalemodale, mentre le sue composizioni si rivelavano già personali e interessanti, offrendo un florilegio di situazioni differenti che rifletteva un mondo musicale ricco di spunti e di fantasia. Una breve analisi della musica può cominciare da Prolusion, dal modalismo tyneriano, ma con i furiosi bassi che ricordano l'ultimo Tristano e il fraseggio costruito in progressione, proiettato costantemente in avanti e sorretto da una tecnica vertiginosa. Quindi, in linea con le idee del nuovo piano jazz degli anni settanta, troviamo Trichromatic Line, ossessivo e dalle microvariazioni quasi minimaliste, e A Gay Day, dalle vena folk e dal metodizzare europeo. Il titolo eponimo rivela invece un impressionismo fondato sul respiro ritmico delle frasi, che non perdono il beat ma danno ampiezza alla pulsione, caratteristiche in parte riscontrabili anche in Aurora, un brano quasi evanescente, dalle sfumate armonie quartali, e Blue Song, una delle prime ballad di Pieranunzi, ricca di suoni liquidi ed eseguita con uno spirito quasi “classico”. Our Blues è una riflessione intorno a un genere musicale di cui sapeva mantenere la struttura narrativa affermazione-ripetizione-conclusione, mentre il sorprendente Blues Up si configura come uno pseudo boogie con vertiginosi tempi doppi e tripli che ricorda addirittura James P. Johnson. Entrambi riflettono il suo amore per il Blues che, come ci spiega, “faceva parte di me praticamente da sempre, da quando avevo messo per la prima volta le mani sul pianoforte. Era la prima forma musicale che mio padre mi aveva insegnato e blues erano i pezzi di Parker, Silver o dei Jazz Messengers sui quali, in modo totale e viscerale, avevo costruito il mio linguaggio”. Questa preziosa ristampa ci regala ancora due jazz waltz quali The Mood Is Good, in cui si potrebbe avvertire un fugace accenno evansiano, e l'incisivo The Flight Of Belphegor, le ultime perle di un gioiello musicale di grande interesse, che era doveroso recuperare e in cui troviamo quella parte della personalità di Pieranunzi divenuta, negli anni, un retaggio sotterraneo, ma sempre vivo, nel suo ricco e immaginifico mondo musicale.
Distribuito da Felmay
Erguvan - Turkish Musical Traditions
DEM Ensemble

Erguvan - Turkish Musical Traditions

È il nucleo, la sostanza più densa; che è stata filtrata, purificata ... E' la prefazione di una conversazione ... Si tratta di uno stato di estasi ... E ' il momento di perdersi in un sogno ... Si tratta di un istante che trasporta tutte le stagioni alle spalle ... La musica del DEM trova le sue radici nella musica tradizionale dell’Anatolia, e da li parte verso porti sconosciuti sui venti dell’improvvisazione ... Questa musica è uno dei primi tentativi di far coesistere i suoni di baglama e tanbur, strumenti tipici e storici della tradizione folk, baglama, e della musica urbana in Anatolia, tanbur. Inoltre il DEM ha fatto proprio il desiderio di proporre una idea matura per una polifonia specifica basata sulle strutture del makam d’Anatolia che può essere esposta proprio attraverso un ensemble di strumenti tradizionali. I membri del gruppo sono al momento concentrati ad aggiungere i suoni di diversi strumenti tradizionali e della voce al sound specifico dell’ensemble, questo li ha portati alla realizzazione del progetto speciale per Istanbul intitolato Erguvan. Erguvan (fiore dell’Albero di Giuda) è il fiore simbolo di Istanbul, capitale culturale d'Europa nel 2010. Appare per un brevissimo istante ad ogni primavera, difficile da trovare come ogni cosa delicata e gentile. Questo progetto, dedicato alla cultura musicale storica di Istanbul, riflette un interessante mix di culture musicali: da quella Bizantini a quella Ottomana e Turcha. Il repertorio comprende melodie che attraversano tutto la geografia dell'Anatolia e del Mar Egeo e la rappresentazione di tutte queste culture regionali trova la sua rappresentazione definitiva nella struttura cosmopolita di Istanbul. Murat Salim Tokac, Emre Erdal e Cenk Güray, membri fondatori del DEM Trio, hanno speso parte della loro vita pensando, sognando e eseguendo la loro musica. Mentre i loro viaggi musicali proseguivano con progetti diversi, l’incontro in momenti particolari e non casuali nel progetto DEM ha permesso loro di pensare, ricordare, sentire e sviluppare le loro voci interiori e le loro sonorità specifiche. Il sogno di DEM ENSEMBLE (la versione estesa del DEM Trio), prosegue con questo secondo CD, in una strada abbellita da Erguvan, fiore simbolo di Istanbul. Un fiore che appare solo per un brevissimo istante ad ogni primavera.

Friend of a Friend
BONFANTI Paolo & COPPO Martino

Friend of a Friend

Era il 1985 quando Paolo BONFANTI fu contattato per la prima volta da uno dei gruppi di punta del bluegrass europeo, Red Wine, per sostituire temporaneamente un virtuoso della chitarra acustica flatpicking come Beppe Gambetta che nel frattempo aveva intrapreso una nuova carriera come solista. Da allora Paolo BONFANTI e Martino COPPO hanno cominciato a incrociare le proprie strade, a suonare insieme in svariate situazioni fino alla decisione di costituire un duo in cui dare sfogo a tutta la loro poliedricità e varietà di gusti e passioni musicali comuni. Dopo tanti anni un CD insieme è una conclusione tanto ovvia quanto necessaria per testimoniare questo sodalizio. In questo CD brani originali e reinterpretazioni si dividono equamente lo spazio a disposizione: dalla canzone d'autore americana (Neil Young, John Prine e David Wilcox) al bluegrass (il "padre fondatore" Bill Monroe); dal blues (Muddy Waters) al folk e al gospel; dalle suggestioni irlandesi di Matilda's Dance al tributo al grande Bill Monroe nello strumentale WSM (in una versione che si rifà in qualche modo agli Hot Tuna più acustici), dalle ballads d'autore come Friend Of A Friend (la title track) o Trains ad insolite misture tra musica cajun e dialetto genovese come in Via da Zèna. Tutte le influenze musicali sono ben amalgamate e convergono per dare vita ad un mix estremamente vario ed affascinante. Classe 1960, genovese, mancino, Paolo BONFANTI inizia a suonare la chitarra nel 1975 dopo studi classici di pianoforte. È laureato al DAMS di Bologna con una tesi sul Blues. Dal 1985 al 1990 front man dei Big Fat Mama con cui incide tre LP. Dal 1990 al 1992 suona con alcuni “miti” del Blues inglese come il sassofonista Dick Heckstall-Smith (Colosseum, John Mayall) e Mickey Waller (Jeff Beck, Rod Stewart) nel gruppo Downtown. Continua l’attività concertistica con una propria band e in solo in tutta Europa e negli Stati Uniti; registra 10 cd a proprio nome, Nel 2013 sono usciti il DVD didattico La Chitarra Elettrica secondo Bonfanti, per fingerpicking.net / Carisch ed il CD Exile On Backstreets. Martino COPPO, mandolinista Bluegrass (e avvocato per sopravvivere) è nato a Genova. . Ha iniziato a suonare la chitarra all'età di 13 anni, ispirato dal suono acustico di Bob Dylan, Crosby, Stills, Nash & Young, The Byrds e Joni Mitchell . Verso la fine degli anni '70 prende in mano il mandolino affascinato dal suono di Sam Bush, David Grisman, John Hartford, Norman Blake e Tony Rice. Tutti questi artisti sono stati per Martino una grande ispirazione per intraprendere una sorta di viaggio musicale a ritroso verso le fonti della tradizione Bluegrass, Nel 1981 entra a far parte della Red Wine, la band in cui tuttora canta e suona il mandolino e con cui inizia a girare intensamente in tutta Italia, Europa e, dalla metà degli anni '90, gli Stati Uniti, con diverse apparizioni a festival in tutto il paese. Attualmente lavora al Bluegrass Pioneer & Personality, un progetto destinato a celebrare e ricordare le persone che hanno originariamente iniziato a diffondere la musica Bluegrass in Europa.
Monk and the Time Machine
D\'ANDREA Franco

Monk and the Time Machine

Con il doppio cd “Monk and the Time Machine”, pubblicato dalla Parco della Musica Records, il sestetto di Franco d’Andrea presenta un disco dedicato a Thelonius Monk che contiene molte interpretazioni di suoi brani (Light Blue, Misterioso, Bright Mississippi, Locomotive, Blue Monk, Brake’s Sake, Coming on the Hudson, Epistrophy, Monk’s Mood, Well You Needn’t, I Mean You) e alcune composizioni originali del gruppo. «Questo disco vuole essere un omaggio a uno dei personaggi più grandi del jazz, al Monk compositore e all’improvvisatore. Monk simboleggia tutta la storia del jazz, una musica sempre in equilibrio tra tradizione e futuro. È il simbolo di quello che è oggi suonare il jazz, ovvero avere un piede nella tradizione e saper guardare lontano. Prendo Monk come pretesto, un punto di partenza per poter andare e visitare tutti i luoghi del mio modo di vedere la musica. Il time machine è un giocare con la macchina del tempo. Tra passato e futuro. Il titolo dice tutto. Ho scelto e voluto ognuno dei musicisti che suonano con me in questo progetto perché ognuno di loro, seppur con caratteristiche diverse, mi aiutano in questo gioco continuo tra passato e futuro. Io guardo e ho sempre guardato avanti, in avanscoperta a cercare qualcosa. In questo progetto, ci sono pezzi di Monk e alcune mie composizioni che hanno a che vedere con quello che Monk mi ha dato. Alcune composizioni sono criptiche, solo apparentemente non hanno a che vedere con Monk, ma in realtà nascono dalla mia ispirazione per lui. Non ho nulla da chiedere a Monk, per me è abbastanza un libro aperto. Prima di fare questo disco, Monk l’ho visitato in numerose esperienze, soprattutto in piano solo. Tuttavia, non gli avevo mai dedicato una cosa così importante; con una formazione così allargata. Non avrei nulla da chiedergli, lo ringrazierei soltanto di essere esistito, potrei augurarmi che Monk vedesse che io ho lavorato nel suo spirito, rovesciando e cercando sempre nuove cose. Penso che non avrebbe gradito un’operazione museale, in questo album ho messo il suo spirito e la sua visione nella quale trovo corrispondenze importanti con la mia visione di vita».
Distribuito da Felmay
Iettavuci
INCUDINE Francesca

Iettavuci

L’urgenza comunicativa e il desiderio di raccontare il mondo attraverso lo sguardo di una donna, sono gli ingredienti di “Iettavuci”, disco di debutto di Francesca Incudine, giovane cantautrice e percussionista siciliana, che ha fatto del dialogo con la tradizione musicale e il dialetto della sua terra la base di partenza per il suo songwriting. Prodotto dal fratello Mario, il disco raccoglie tredici brani, che si caratterizzano per arrangiamenti eleganti e raffinati, in cui strumenti tradizionali come i tamburi a cornice, la fisarmonica e la zampogna dialogano con chitarre classiche, clarinetto e pianoforte, dando vita ad un ambientazione sonora tenue e delicata, che avvolge ed impreziosisce le linee melodiche. In questo senso determinate ci sembra la mano di Mario Incudine, che insieme ad Antonio Vasta (pianoforte, fisarmonica e organetto) e Carmelo Colajanni (clarinetto, zampogna e fiati etnici), ha curato gli arrangiamenti dei vari brani, alle cui registrazioni hanno preso parte anche Angelo Loia (chitarra e voce), Manfredi Tumminello (chitarra), Pino Ricosta (basso e contrabbasso), Giorgio Rizzo (percussioni), Salvo Compagno (percussioni), nonché il quartetto d’archi Dammen Quartet, la cui direzione è stata affidata ad Antonio Putzu. Come evoca il titolo, il disco vibra di una vibrante tensione creativa, animata da quel desiderio di “alzare la voce”, di raccontarsi a cuore aperto tra storie, riflessioni, sentimenti, emozioni. I tredici brani compongono così una sorta di personalissimo diario di una giovane donna che guarda il mondo, osserva quello che la circonda, e riflette sui cambiamenti, sulle paure e le speranze per il futuro. Si spazia così dalla sensuale "Disiu D'Amuri", alle riflessioni sui primi indugi d’amore di “Cori Stunati" fino a toccare la dolcissima e struggente “Ninnananna In Re", riuscita rielaborazione del celebre brano di Bianca D’Aponte. E’ però con la title track e le schegge di ricordi di “Caminu Sula”, tessute in un arrangiamento dai quasi rinascimentali che si toccano i due vertici compositivi del disco. Di pregevole fattura sono tuttavia anche l’attualissima “Mi Metto O Suli” in cui la Incudine affronta il tema della violenza sulle donne, il duetto con Rita Botto in “Sula”, la fascinosa “Luna” dalla melodia ricercata, e i due intermezzi, caratterizzati da atmosfere oniriche dense di poesia. “Iettavuci” è dunque un ottimo primo passo di una carriera artistica, che si preannuncia ricca di soprese, e siamo certi che Francesca Incudine saprà valorizzare sempre di più le sue grandi potenzialità come cantautrice. (Da Blogfolk - http://www.blogfoolk.com/2013/09/francesca-incudine-iettavuci.html)
Distribuito da Felmay
Carosonando
CITARELLA Nando & TAMBURI DEL VESUVIO

Carosonando

All’inizio di tutto c’è Carosone, la sua musica, le sue canzoni, la versione unica, l’archetipo, l’Urtext irriproducibile, che condiziona e illumina tutte le versioni successive. E poi ci sono le cover, che è un modo di “far propria” una canzone di successo, proponendone una diversa lettura, una nuova messa in musica spesso sorprendente. E’ un’operazione che prevede tutto un altro investimento creativo, ma che non può prescindere dalla matrice d’origine, e soprattutto dal mix micidiale che ha determinato la nascita del suono-Carosone: ritmo, swing, africa, ballo, strada, rock’n’roll, jazz, blues, oriente, avanspettacolo, ironia, tradizione popolare. E allora una rilettura del suo repertorio dal punto di vista della musica popolare (che è quello che vogliono fare in questo disco Nando Citarella e i suoi musicisti) deve fare i conti con tutti questi livelli. In modo da arrivare direttamente al cuore, all’anima della tradizione, o delle tradizioni. Prima di tutto quelle napoletane e campane. Nei musicisti di questa terra c’è una sorta di grande rispetto verso la sacralità della musica tradizionale, come fosse un’energia che sta alla base di Napoli stessa, e dalla quale è difficile staccarsi. Napoli si nutre di musica, è un’energia che assorbe e ridistribuisce. Così è la stessa Napoli a parlare di Carosone. Nel senso che non c’è casa o vicolo della città che non risuoni ancora oggi delle sue canzoni. E poi c’è l’Africa, dove Carosone ha vissuto e suonato per quasi dieci anni. E dall’Africa si è portato a Napoli quel senso dell’esotico e del tribale che poi ha usato in senso parodistico e ritmico (grazie alle vocine e alle percussioni di Gegé Di Giacomo), anticipando le mode, spesso fasulle, della musica etnica degli anni ’90. Dell’Africa c’è anche la componente tribale e sciamanica, ipnotica, primitiva. Perché Carosone, sul palco, è un grande stregone, irresistibile, trascinante. E le sue canzoni diventano il suo tappeto volante, che lo portano ovunque. Ecco allora ‘O SARRACINO, che viaggia sicuro tra i luoghi comuni (e le melodie) dell’esotismo orientale ma senza dimenticare il sarracino tipico locale, abbronzato, guappo, smargiasso e sciupafemmine. Un Oriente mediato dalla tradizione (il lamento arabo tutto nasale e allungato alla Sergio Bruni), ricca di sapori, citazioni, sorprese sonore, cromatismi, alluccate alla muezzin e finale col botto. Stessa cosa con PASQUALINO MARAJÀ, di Modugno ma “carosonata” a dovere con il recupero del caffè-chantant, della canzone umoristica napoletana (da Maldacea a Taranto) e aperture alla parodia potente del belcantismo. Ritmo micidiale da caterpilar e voce di Nando che macina tutto, recuperando differenti frammenti di senso musicale attraverso invenzioni linguistiche e ritmiche (ma senza mai uscire dalle strutture melodiche e strofiche del modello primordiale). MARUZZELLA è tutta dentro la tradizione della canzone napoletana: struttura armonica perfetta, elegante, ariosa, ma anche qui con un lontano e misterioso richiamo sciamanico. Sparisce l’incipit a fronna, ma resta il refrain/ballabile, quasi una moderna tarantella con cadenze orientaleggianti. La voce di Gabriella Aiello sa trovare un equilibrio armonico palpitante tra ritmo ed espressione, in un percorso che sa di sguardi, di mare, di accensioni luminose, di una tristezza leggera, malinconica. Stesso miracolo di leggerezza “a fil di voce” lo troviamo in PICCOLISSIMA SERENATA (pure cantata da Gabriella), un calipso delizioso che solo nella parte orchestrale trova un tempo accelerato tra swing e dixie. GIUVANNE CU’ ‘A CHITARRA è un altro brano a macchietta. La storia di un pazzariello-jukebox che vende canzoni per la strada, una canzone che parla di canzoni (una metacanzone). Armonici e ritmo sono rubati dal ragtime e dal blues, ma qui c’è soprattutto la voglia e il piacere di cantare a tutta voce, di raccontare e di interagire con il pubblico (dall’anticipo del refrain alla citazione di Caravan). Una canzone da strada, strampalata e coinvolgente, allegra, a parte il risvolto amaro in chiusura, alla Jannacci, raddoppiato dal grido alluccato di Citarella. CARAVAN PETROL ci riporta invece a un Oriente tutto napoletano.
Voyager 2011
SCARAMANOUCHE

Voyager 2011

SCARAMANOUCHE è una formazione swing da camera, fondata da Lucio Villani nel 2005. Voyager 2011, ispirato da innumerevoli fonti, tra cui Johann Sebastian Bach, Django Reinhardt, Frank Zappa e Johnny Cash, troverete: - brani “standard”, degli anni 30/50, opportunamente arrangiati. - brani classici o noti del rock, assolutamente ripresentati. - jazz di vari periodi, funk, country, valzer, musica vocale, musica classica, metal, folk, blues, umorismo, citazioni varie e sprazzi di Frank Zappa. Tutto in 16 brani. Lo “stile”, come viene inteso in senso a volte anche ideologico in alcuni ambiti del jazz, è un qualcosa che il quartetto SCARAMANOUCHE usa solo in relazione ai suoi componenti, tutti molto diversi. SCARAMANOUCHE è costituito da musicisti con propria e definita personalità musicale. Attinge e gode di atmosfere e strumenti tipici del jazz manouche, introducendovi l’atipico Fender rhodes. Nel 2011, con le sessioni di registrazione di Voyager 2011, si cerca di immortalare uno dei momenti più armoniosi e cameristici dell’evoluzione musicale raggiunta dal quartetto. Da qui il nome. Un equilibrio tra strumentisti, brani, feeling e arrangiamento. Il tutto guarnito da ospiti molto particolari, in particolare i cantanti Andrea Belli e Marta Capponi. Il disco viene prodotto in tempi recenti con l’apporto di una entusiasta campagna di crowdfunding e la collaborazione di Felmay. L’immagine degli SCARAMANOUCHE è stata pensata e disegnata da Daniele Catalli.
Azerbaijani Love Songs (Traditional music  of Azerbaijan)
AAVV

Azerbaijani Love Songs (Traditional music of Azerbaijan)

Fra molti generi di canzoni azerbaijane le canzoni liriche sono particolarmente numerose e diversi sono i temi trattati. Temi universali come passione, desiderio, dolore per una perdita o una separazione, desiderio di amore, ammirazione per la bellezza femminile, attesa dell'amore, solitudine del cuore, gioia dell'amore reciproco si riflettono nelle canzoni d'amore azerbaijane in un numero infinito di sfumature emotive. Canzoni popolari dei vecchi tempi basate sulla forma poetica delle quartine popolari costituiscono una parte significativa della canzoni d'amore del repertorio nazionale. La maggior parte di queste canzoni sono molto popolari in tutta la regione del Caucaso, cantate ovunque prevalentemente in lingua Azerbaijana e nel tempo sono diventate patrimonio culturale comune dei popoli caucasici. Canzoni come Sari Gelin (Blonde Lady), Gubanin ag Almasi (Mele bianche di Guba), Uja dag bashinda (Sulle alte montagne), Ay beri Bakh (Guardare indietro) e decine altre sono esempi di tale patrimonio comune. Compositori russi del XIX secolo - come Glinka, Rimskij Korsakov - spesso utilizzarono melodie popolari azerbaijani nelle loro composizioni con temi orientali quando volevano creare qualche immagine generalizzata dell'Oriente. Di solito il termine popolare viene applicato alle canzoni di autori sconosciuti . Tuttavia, molte melodie azerbaijane sono considerate le canzoni popolari anche quando sia gli artisti che il pubblico ricordano i nomi dei loro autori. Nella maggior parte dei casi gli autori e interpreti di queste melodie erano, e sono, khanende (cantanti Mugham), ashiq (portatori della tradizione bardica nazionale) e sazende (musicisti - strumentisti). Il linguaggio musicale e lo stile di queste canzoni è molto vicino alle melodie popolari , anche se sono state create come composizioni scritta e le partiture di alcune di esse sono state ancora in anni recenti, fra il 1940 e il 1970. Cantanti azeri spesso integrano canzoni d'amore con i pezzi mugham, ad esempio iniziano la canzone con mugham nello stesso modo (makam), oppure si inserirscono mugham fra i distici. Tradizionalmente nei concerti pubblici le canzoni d'amore vengono eseguite con l'accompagnamento di strumenti musicali nazionali (tar, kamancha, gaval, naghara, balaban, ud, ...), ma nei matrimoni urbani di oggi i gruppi musicali che accompagnano il/la cantante spesso rimpiazzano la strumentazione tradizionale con tastiera, chitarra elettrica, clarinetto e batteria. D’altro canto eseguire canzoni popolari e folk con l'accompagnamento di ensemble da camera o orchestre sinfoniche di stampo europeo sta diventando un’abitudine nelle pratiche concertistiche. Molti cantanti uomini eseguono questi brani nelle ottave alte per compiacere i gusti nazionali, infatti il pubblico azerbaijano ama voci maschili acute, mentre nel caso di cantanti donne preferisce voci con uno voci un timbro medio, più caldo. Il programma del CD include diversi importanti cantanti azeri che presentano alcuni delle più popolari e appassionate canzoni d'amore del repertorio paese. Il CD offre la possibilità di scoprire un altro lato della tradizione musicale azera. Cantanti classici , ma non solo, entrano in contatto con i loro ascoltatori grazie a canzoni entrate oggi nell’immaginario collettivo (pop) e in origine nate come parte del repertorio della tradizione popolare (folk).